Zubiri – Pamplona – in cammino verso la prima città

14 agosto 2015

La palestra dei nostri sogni si risveglia piano piano. Facce nuove ci guardano assonnate, sono i pellegrini che sono giunti alla meta dopo il calare del sole.

Quasi per primi ci dirigiamo all’esterno della camerata, verso il cortile che è stato il centro dei festeggiamenti italiani. Chiacchieriamo con gli altri ragazzi mentre sistemiamo gli zaini e “Raf” ci racconta che un paio di “Vicentini” sono partiti in notturna, senza dormire, alla volta della tappa successiva. «E come mai?» Chiediamo stupiti. Per una scommessa.

E’ il momento di rimettersi in marcia anche per noi. Seguiamo le frecce gialle e dopo poco scorgiamo sulla destra una gigantesca fabbrica di magnesio. Fari giganti illuminano l’alba mentre scintille brillano verso l’alto. Un rombo sordo, profondo, rompe il suono della natura che si risveglia e accompagna ogni nostro passo. Ci chiediamo come faccia l’uomo a costruire certe mostruosità nel bel mezzo di queste valli incantate. In realtà anche questo è uno spettacolo, che ci accompagna mentre ci arrampichiamo sul sentiero sassoso.

Le nuvole in cielo sono basse e l’umidità bagna la pelle. Giungiamo ben presto a Ilarratz mentre la pioggia è sempre più minacciosa. Ci fermiamo a fare colazione nell’hostal del villaggio dove ritroviamo i due spagnoli con cui avevamo percorso un tratto della grande salita dei pirenei. Ci salutiamo calorosamente, che bello averli ritrovati! Non sappiamo il perchè ma una simpatia speciale ci unisce. A parte loro il paesino è deserto. Serrande chiuse ad ogni lato della strada, solamente qualche cane ci viene vicino per accertarsi che siamo pellegrini ed invitarci cortesemente a proseguire.

Seguiamo così per la nostra strada, osservando ogni particolare che incontra la nostra vista. La meraviglia riempie ad ogni passo la nostra mente, i nostri occhi ed il nostro cuore.

Ad un certo punto notiamo una chiesa, abbiamo appena oltrepassato il cartello che indica la località di Akerreta. Al suo fianco un piccolo ed accogliente chiostro dove ci fermiamo per dissetarci. Il paese è molto bello, simile a tanti villaggi che si possono trovare in Umbria. Arroccato sulla montagna, con quelle pietre a vista sui muri delle case che hanno un profumo di storia.

Zubiri - Pamplona - set cinematografico AkerretaLungo la via principale l’occhio cade su un hostal, mi sembra di conoscerlo. Scendo le Zubiri - Pamplona - set cinematografico Akerreta giardinoscalinate e osservo il giardinetto triangolare, le finestre, l’ingresso. Ma certo! E’ stato sicuramente utilizzato nel film “Il cammino per Santiago”. Proprio qui il protagonista ha riposato la seconda notte, qui ha incontrato la ragazza bionda Canadese.

Divertiti da questa piccola divagazione cinematografica riprendiamo il nostro cammino. Apriamo dei cancelli in legno, segno di delimitazione delle proprietà degli allevatori della zona, ritornando a gustare il rumore dei passi sotto ai nostri piedi.

Tutta la vita è un pellegrinaggio. Che lo si voglia o no ogni persona, in fondo, è un pellegrino su questa terra. Dal giorno del nostro concepimento fino all’ultimo respiro camminiamo per una strada, a volte larga e pianeggiante, a volte stretta e ripida. Ma è proprio su questa strada che, di volta in volta, apprendiamo nuove lezioni, riceviamo nuovi stimoli e partoriamo nuove idee. A volte ci perdiamo in vicoli ciechi senza uscita, ritornando poi sulla retta via con maggior entusiasmo di prima. Ci sentiamo allora al sicuro, gioendo per le novità che ci si pongono dinanzi. L’unico problema sta nel trovare i segni che indicano la strada da percorrere. Penso a quante volte mi faccio guidare dalla paura nelle scelte di ogni giorno. Paura di ammalarmi, paura di trovare ostacoli insormontabili da superare, paura di scegliere, o forse, semplicemente, paura di vivere.

La libertà vera forse è l’unico modo di superare questo stato. La libertà di accettare gli altri per quelli che sono, di accettare me stesso con i miei limiti. La libertà da ogni possibile credenza che ostacoli l’essere flessibile, come un albero spostato dal vento. Già, che bella immagine. L’albero si fa guidare, è stabile e radicato ma, allo stesso tempo, accetta gli spostamenti dettati dal vento. Sono questi stessi spostamenti che contribuiscono a farlo crescere, a farlo muovere, a fargli sperimentare cosa significhi essere vivo.

Capire come fare per essere veramente liberi, questa è la grande domanda di oggi. Non significa fare ciò che si vuole, centrandosi nel proprio egoismo. Questo sicuramente no! E’ la libertà intuita a Roncesvalles, una libertà guidata dall’Amore.

Con questi pensieri continuiamo la marcia fino a che, al di la di un piccolo fiume, troviamo un carinissimo bar per fare la seconda colazione. Panino e tortilla. Un bel pieno di energia. All’esterno una statua in ferro battuto accoglie i pellegrini che attraversano il ponte in legno. Sedie e tavoli adornano il giardino. Prima di entrare mi concedo un momento di raccoglimento in riva al fiume, per riordinare le idee di questo tratto di marcia e svolgere per il terzo giorno “l’esercizio della semente”.

All’interno del locale incontriamo un omone gigantesco, veneto anche lui, capitano di una squadra di rugby. Ci racconta della sua fatica nel cammino, del perchè ha deciso di attraversare la spagna a piedi, della volontà che avrebbe di fermarsi prima di arrivare alla meta della tappa di oggi, la prima vera cittadina di questo Camino: Pamplona.

Con lui proseguiamo per un pezzo, parliamo del primo giorno che ha segnato un solco nella memoria di tutti. Ci confida come durante la discesa si sia tolto le mutande, lanciandole in mezzo alla foresta in un gesto liberatorio. «Perche?» chiediamo con due occhi spalancati e increduli di quanto stiamo sentendo. «Perchè erano nuove e mi stringevano troppo». Ecco svelato il grande interrogativo postoci il primo giorno di cammino.

Acceleriamo il passo mentre il nostro amico fa una sosta, chissà se lo rivedremo ancora. Il cammino è fatto anche di questi incontri fugaci, parte integrante della sua bellezza.

Un bivio improvviso si pone ben presto nella nostra strada. Una freccia gialla scende verso sinistra ed una sale verso destra. Siamo nel paesino di Zabaldika. Cosa fare? Guardiamo in giro per decidere e scorgiamo una faccia amica. «Ciao Giapppooooo!» esclamiamo pieni di gioia. Nel suo volto si dipinge un sorriso. Ci mostra i piedi, pieni di vesciche, ogni passo è una sofferenza. Lui però, da bravo giapponese, continua diligentemente la sua marcia. Lo aiutiamo a pulirsi le ferite e gli diamo dei cerotti per proteggerle. Ci salutiamo. Lui prosegue verso sinistra mentre noi imbocchiamo la salita verso destra.

Nel giro di pochi minuti arriviamo ad una bellissima ed antica chiesa gestita dalla comunità del “Sagrado Corazon”. Ci accoglie una dolce donna dallo sguardo pieno di pace. Traspira serenità nei suoi gesti, nel modo in cui pulisce il pavimento, nelle sue parole, nell’accoglienza verso le persone. Subito dietro la chiesa gestisce con la sua comunità un hostales per i pellegrini. Deve essere proprio un posto speciale. 

Ci godiamo questo attimo di serenità contemplando la chiesa, la sua storia ed il suo giardino. Per la prima volta in questo cammino arriviamo in un luogo di accoglienza per pellegrini gestito interamente da una comunità religiosa. Intuiamo come l’esperienza di condivisione possa risultare veramente trasformatrice. Purtroppo però è ancora presto ed i chilometri sulle gambe ancora pochi. Ringraziamo e decidiamo di seguire per il sentiero che ci porta in poco tempo a discendere la montagna. Bassi cespugli di more adornano i bordi della strada sassosa, sentiamo in lontananza il suono delle auto che sfrecciano mescolate con il fruscio del vento sulle foglie.

I piedi sono ormai dolenti quando arriva il tratto più difficile. Ad ogni passo fitte lancinanti si irradiano a partire dal quinto dito del piede coinvolgendo tutta la pianta. Non sono vesciche e non ci sono nemmeno piaghe. Il dolore però è li, presente, a ricordare la fatica di ogni passo. Quasi per farti capire che, qui come nella vita, niente si può ottenere senza un minimo di sforzo.

Zubiri - Pamplona - paese in festaDa questo momento è tutto asfalto fino alla meta. Al grido di “chi si ferma è perduto” seguiamo le frecce gialle che indicano di proseguire per la calle Mayor. Il paese che attraversiamo è in piena festa. Non è carnevale ma le persone sono vestite con abiti tradizionali. C’è chi indossa maschere mentre pupazzi giganti di carta pesta sfilano in mezzo ad un corteo. Una pennellata di folclore che adorna il grigio contesto cittadino.

A passi pesanti arriviamo fino alla cittadina fortificata di Pamplona. Ci areniamo, sfiniti, all’hostal “Jesus y Maria”. Due piani soppalcati immersi in una antica chiesa. I letti puliti, ordinati e accostati in nicchie di sei. Il luogo del nostro ultimo sonno sembra ormai un lontano ricordo. Al suo interno ritroviamo i “Vicentini” reduci dalla nottata di marcia, “Raf”, “La Pausini” e gli altri italiani incontrati a Zubiri. Sono lì già da molto, alcuni da prima ancora dell’apertura della struttura. Il loro incontro rende l’accoglienza ancor più familiare.Pamplona - ingresso città fortificata

Pamplona è carina. La sua fama è dovuta soprattutto all’Encierro, una corsa di circa 800 metri in cui i partecipanti vengono inseguiti per le vie del paese da tori furiosi. Come seconda attrattiva abbiamo i “pinchos”, dei veri e propri piatti serviti dai locali come accompagnamento agli aperitivi. Attrattiva già più interessante.

Dopo una breve visita ne approfittiamo per andare alla messa del pellegrino, ottima occasione per apporre il “sello” nella nostra credenziale. La cattedrale è spoglia, nulla a che vedere con quella di Roncesvalles.

Usciamo dalla chiesa mentre giovani spagnoli si riversano nelle strade per incontrarsi con i loro amici. I locali si riempiono di una folla a cui non siamo più abituati. Il caos ed i festeggiamenti regnano sovrani. Ci sentiamo quasi spaesati nel vedere e vivere tutto questo. Girovaghiamo senza meta per una buona mezz’ora tra le piazze, con gli occhi spalancati ed in stato semi confusionario. I “pinchos” vengono serviti in ogni angolo della strada. Decidiamo quindi di cenare come è usanza nei giorni di festa di Pamplona. Pinchos, birra, pinchos e ancora birra.

Qualcosa però non và in me. Forse è la stanchezza, il sole di oggi, mi sento stremato ed infreddolito. Indosso la giacca pesante e non tocco quasi cibo. Il dispiacere è molto ma serve anche fare i conti con il proprio corpo. Appena terminata la cena ci avviamo quindi verso il nostro giaciglio, l’idea è quella di riposare presto per recuperare le forze in vista di domani. Saliamo le scale e prima ancora di rendermene conto, sono già disteso a pancia all’aria.

Gli occhi sfiniti si chiudono mentre un sonno pesante cala sul mio corpo senza forza. Le membra si abbandonano al buio della stanza, alla notte che oramai è calata su questa regione della terra.

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