Viloria de Rioja – San Juan de Las Ortegas – quando il sole non tramonta mai

01/08/2016

Che strana questa notte. Girarsi e rigirarsi nel letto senza uno scopo preciso, attendendo ansioso che la sveglia suoni per dare il suo consenso ad alzarsi e camminare. Un orecchio è vigile. Sempre teso verso le altre coppie che dormono nella camerata, evidentemente quello che era successo a Pamplona è stato uno dei primi ricordi delle notti di cammino risvegliatosi in me. L’altro orecchio è assopito, fantastica attraverso i soavi suoni della quiete notturna.

Suona la sveglia e in un batter d’ali siamo già nella sala comune, pronti a fare colazione. Gli zaini disastrati, aperti, traboccano di ogni cosa. I sacchi a pelo sono appoggiati sopra una sedia, i pigiami e gli asciugamani in un’altra. I nostri occhi, ancora chiusi, ci guidano a scaldare l’acqua nel bollitore.

Un tè ci risveglia piano piano.Viloria de Rioja - San Juan de Las Ortegas - Albeggiare

Ci ricomponiamo pezzo per pezzo mentre la sala diviene sempre più affollata. Da primi ad essere scesi, siamo i penultimi a partire. “Schizz” scende subito prima che noi aprissimo la porta d’uscita. Lui non ha fretta..e fa bene.

Ci ritroviamo così all’albeggiare del sole fuori dalla parada ad iniziare questo nuovo giorno.

La strada scende in mille curve lontane da occhi indiscreti mentre la luna, al suo primo spicchio, ancora ci sorride per qualche istante. Ombre, allungate dal sole, e suoni di piccoli passi che fuggono spaventati ai margini dei campi di grano ci accompagnano in questo momento.

Contemplando l’immensità di questo cielo si apre improvviso davanti a noi uno sconfinato rettilineo. In lontananza emergono sagome di altri pellegrini che con passi ben distesi si allontanano velocemente verso la prossima città. Anche noi, piano piano, ci avviamo per la stessa via, trotterellando su i nostri piedi.

Viloria de Rioja - San Juan de Las Ortegas - GirasoliI girasoli ci sorridono mentre avanziamo al loro fianco, ed eccolo lì, anche un giovane cerbiatto sta passeggiando per queste colline. Il primo regalo di questo nuovo giorno.

Passiamo per Belorado che è ancora tutto chiuso. Ci fermiamo davanti alla chiesa, entriamo poi nella piazza principale mentre stanno allestendo il mercato cittadino. Le strade si incrociano piene di confusione, vediamo pellegrini spuntare da ogni dove diretti chi a destra e chi a sinistra. Un grande caos nella quiete, questa è la sensazione che proviamo.

Riusciamo a trovare una via d’uscita da questo labirinto, appena fuori dal paese un’area di sosta ci permette di fermarci per riposare un momento.

Siamo in riva al fiume, sotto al ponte della strada principale che conduce a Burgos.

La zona sembra poco raccomandabile, una di quelle aree ai margini della città create per uno scopo e che finiscono per essere il palcoscenico per altre tipologie di iniziative meno nobili. Degli operatori ecologici ci guardano con un’aria poco amichevole, come se fossimo dei malfattori che hanno dormito lì e si sono appena alzati.

Ci sediamo su una panchina, togliamo le scarpe e ci rifocilliamo un po’ bevendo un tè caldo preparato prima di partire.

Mi volto verso la Ale, la guardo, i suoi piedi sono blu. Cosa succede? Un principio di panico aleggia tra di noi.

Li massaggiamo bene per riattivare la circolazione. Forse i calzini sono troppo stretti a livello delle caviglie che, per lo sforzo, si sono gonfiate. Forse è il freddo, forse le scarpe nuove. In poco tempo fortunatamente il piede torna al suo normale colorito. Tagliamo le calze per toglierci ogni dubbio ed evitare che fermino il normale moto sanguigno, possiamo così ripartire tranquilli.

Ma non è ancora finita. L’aria è umida ed il cielo pieno di nubi, anche se è agosto il clima sembra voler dare una vena primaverile a questo pezzo di strada. Arriviamo a Tosantos con i morsi della fame. Cerchiamo invano un posto dove fermarci per mangiare qualcosa. E’ lunedì, e misteriosamente qui il lunedì è tutto chiuso. Non un bar aperto, non una persona per strada. Troviamo una panchina un po’ arrugginita appena fuori da quello che sembra essere un edificio comunale. Lì la Ale si distende a pisolare con le gambe alzate per recuperare un po’ di forze, ed anche io ne approfitto per sonnecchiare un po’.

Ma la smania di proseguire non mi abbandona nemmeno per un istante, ho chiaro in testa un obiettivo ed è difficile pensare di non raggiungerlo. So che sto sbagliando, so che il cammino di Santiago non può essere percorso con dei tarli in testa che ti obbligano a vedere solamente la meta finale senza goderti il presente di ciò che stai facendo. So anche che ho una persona al mio fianco, che abbiamo iniziato questa via assieme e che assieme vogliamo finirla. Siamo consapevoli che la condivisione che nasce in questi momenti è migliore di qualsiasi altra esperienza, di qualsiasi strada e quantità di chilometri percorsi in una giornata. Non è una gara, lo so, ma nel mio animo profondo vi è una continua sfida contro il tempo. Una continua sfida per accorciare la distanza da Santiago il prima possibile. E’ una cosa che non riesco a controllare, è una spinta interiore che non mi da tregua.

Quando la Ale si risveglia il sole è ancora dietro le nubi. Ci addentriamo nel fitto di campi di grano. L’odore della terra, le distese infinite alla nostra destra e alla nostra sinistra. Diamo fondo alle provviste mangiando le ultime carote che ci siamo portati da casa, raccolte nel terrazzo subito prima di partire per prendere l’aereo. Sono minute, irregolari, ma con un sapore che si sprigiona ad ogni morso.

Il sole finalmente esce e subito l’ambiente si riscalda. I colori cambiano, la sua posizione è quasi a picco sopra le nostre teste. Come un miraggio appare in lontananza un grande paesino: Villafranca Montes de Oca. Camminiamo per la via principale, bar, locande, un supermercato piccolissimo, dei bambini che giocano sul sagrato della grande chiesa. Una fontana, la nostra prima preoccupazione. Riempiamo le borracce ormai vuote, togliamo le scarpe e ci rinfreschiamo. Percorriamo qualche altro centinaio di metri in salita e troviamo, poco prima della fine del paese, un albero sotto la cui ombra poterci sedere. Di fronte un albergo 5 stelle per pellegrini, i giardini ben curati, i mobili di design che trapelano un velo d’antico. Quando entriamo ci porgono la carta dei cibi. Ci guardiamo perplessi qualche istante, poi usciamo.

Su indicazione di “Schizz”, che intanto ci ha raggiunto, scendo a prendere dei panini al supermercato. Al mio ritorno l’albero si è popolato. Numerosi pellegrini si sono aggiunti a noi, soprattutto italiani. Una coppia di Milano, nostri coetanei, che possiedono un passo da maratoneti. “Black&White”, due amiche una Sudafricana e l’altra Italiana. Si sono conosciute lungo il cammino e sono diventate inseparabili. “White” ha una foto appesa fuori dallo zaino, curiosi gli chiediamo il perchè. «E’ la foto di Padre Paolo dall’Oglio, Gesuita. Nel 2011 è stato espulso dalla Siria, dove risiedeva da 30 anni, per degli scritti che proponevano una soluzione pacifica ai problemi causa delle sommosse popolari iniziate in quell’anno. Vi è rientrato poi nel 2013 per trattare e riappacificare gli scontri nel nord del paese, da lì è scomparso, probabilmente rapito da qualche gruppo della zona. Io faccio questo cammino per far conoscere la sua storia alle persone, sperando che si faccia luce sulla vicenda e che possa ritornare presto a casa.».

Ci sentiamo ignoranti? Si. Per bene non sappiamo cosa stia accadendo in Siria ne sappiamo chi sia questo Padre di cui tanto lei parla. Ma dai suoi racconti pensiamo che sia una persona assolutamente Speciale.

Il pranzo continua tra confronti più o meno profondi, guardando e salutando i pellegrini che ci oltrepassano per seguire nel cammino.

Un uomo attacca una canna ad un idrante per dare da bere, e salvare dalla siccità, il verde non ancora arso dal sole. Passa da un lato all’altro della strada osservandoci ogni volta che cambia l’inclinazione del getto d’acqua verso terra. Che stia aspettando che ce ne andiamo per dare da bere anche all’albero che abbiamo colonizzato?

Riempiamo le borracce, zaini in spalla, sono le 14:00. E’ tempo di proseguire.

Viloria de Rioja - San Juan de Las Ortegas - nel mezzo del monteSeguiamo per la salita che sembra faticosissima con il pranzo sullo stomaco. Fiori viola di piccoli arbusti verde intenso ci accompagnano passo passo. I colori sono mutati rispetto allo scorso anno, sono mutati anche rispetto a questa mattina. Il cambiamento è nell’aria.

In cima al monte scorgiamo una piccola tettoia attrezzata per il riposo. Una minima tentazione di fermarsi lì a dormire questa notte c’è, ma non abbiamo l’attrezzatura per farlo.

Continuiamo seguendo le frecce gialle, pale eoliche troneggiano sopra a queste montagne per raccogliere tutto il vento a loro disposizione. Il boschetto di bassi arbusti si dirada piano piano, lasciando spazio ad una strada sterrata diritta che scende e risale senza curvare per le colline circostanti.

Il sole scalda, la temperatura sale, l’acqua nel nostro corpo e nei nostri zaini scende sempre di più. Ci ritroviamo a cercare, assetati, l’ombra degli alberi che seguono la via, lasciando il tracciato principale per portarci, accovacciati, il più vicino possibile al bosco.

Viloria de Rioja - San Juan de Las Ortegas - oasi nel camminoMa Il sole scalda e la temperatura sale, e l’acqua nel nostro corpo e nei nostri zaini scende sempre di più. La strada si allarga ancora, scavata probabilmente dalle macchine che hanno realizzato i lavori per trasformare in energia la forza del vento. I nostri passi sono sempre più pesanti, il viso una maschera di sudore. Ad un certo punto un cartello, un’oasi è davanti a noi…chiusa.

Succede spesso lungo il Camino che qualcuno si ingegni per arrotondare lo stipendio o, nei casi peggiori, averne uno, offrendo servizi di ristoro per i pellegrini affaticati. Questo pensiamo sia uno di quelli. Ricavati da tronchi degli alberi abbattuti quando è stato costruito questo tracciato ci sono panchine, tavoli, sedie, cartelli indicanti i chilometri per giungere alle più remote cittadine del mondo. Ma manca l’acqua. Oggi pomeriggio al bancone del bar non c’è nessuno.

Ed Il sole scalda e la temperatura sale, e l’acqua nel nostro corpo e nei nostri zaini scende sempre di più. La strada continua senza farci intravedere la meta di oggi, l’orologio muove le sue lancette ed il sole inizia a percorrere il suo arco discendente. «E’ pomeriggio, inizierà anche a fare meno caldo» ci chiediamo increduli. Ma è una speranza inutile.

Il sole scalda e la temperatura sale ancora, e l’acqua nel nostro corpo e nei nostri zaini ormai non esiste più. Il bosco che costeggiava la larga strada si dirada completamente lasciando spazio a grandi campi di grano, le borracce sono vuote, il sangue ribolle dentro ai nostri corpi disidratati. «Una casa, una fontana..siamo arrivati!» eccolo lì davanti a noi il monastero di San Juan de Las Ortegas. Immenso, pacifico, si erge in tutta la sua maestosità nel bel mezzo del nulla.

Entriamo e prendiamo quasi gli ultimi posti per dormire, letti separati. Fuori nel grande piazzale i pellegrini già da tempo sono lavati e profumati e sono stesi a prendere il sole.

Ci laviamo con molta calma, siamo esausti e le forze iniziano a mancare. Stendiamo i panni negli ultimi posti liberi presenti nel chiostro che è riservato a noi persone dirette a Santiago de Compostela. Siamo arrivati, siamo felici di essere ancora vivi e sani. Abbiamo sperimentato per la prima volta la sete, il sudore, l’affanno del cammino. Ma siamo qui, respiriamo quest’aria, godiamo di questa bellezza costruita dall’uomo, viviamo questa avventura.

Alle 18:00 c’è la messa del pellegrino ma non riusciamo a giungervi in tempo. Entrare nella chiesa è quasi uno shock. Una forza enorme ci avvolge appena poniamo il piede al suo interno. Il tempo della messa è terminato, facciamo appena in tempo a fare il segno della croce che conclude la benedizione del pellegrino.

Ci sediamo in un angolo a gustare tutta questa bellezza, a sentire la sensazione di accoglienza che sprigiona lo stare in questo luogo.

Quando usciamo i nostri occhi vedono tutto in modo un po’ diverso.

Saranno stati tutti quei passi sotto al sole, sarà la felicità di essere qui, sarà la sensazione appena provata entrando nella cattedrale. Per qualche istante la pace si è impadronita nuovamente di me. Mi sento parte del creato, di un mondo in continuo mutamento ed evoluzione. Mi vedo da fuori, immerso in quella realtà, mentre ogni essere danza la sua vita. Gli alberi parlano tramite il loro moto ondoso, spinti dalla brezza calda, sempre più calda, che arriva da ovest. Si adattano alla situazione, muovendosi a destra e sinistra, ondeggiando e seguendo la scia per loro tracciata rimanendo, nel profondo, sempre loro stessi. Le loro voci cantano storie, dialogano, parlano della loro gioia di potersi muovere, ringraziano questo vento che li aiuta a farlo, che permette loro di non immergersi nella staticità. Ed il mio animo si incanta a questa visione, si incanta nel vedermi immerso in tutto questo.

La cena è servita. Sono le 19:00, zuppa, pesce fritto (untissimo) insalata e uno yogurt che si taglia con il cucchiaino. La cosa più buona è l’acqua che più volte ci alziamo per andare a prendere. Siamo seduti con la coppia milanese che abbiamo incontrato a pranzo, molto carini e simpatici, semplici nel loro essere. Parliamo assieme di molte cose e scopriamo che stanno facendo in media 40 chilometri al giorno. Sappiamo già che non li rivedremo più e gli chiediamo come riescano a fare tutto questo arrivando anche così presto alla meta che si prefissano di giorno in giorno. «Ma no è facile» dicono «noi andiamo veloci nei tratti fuori città, ma poi rallentiamo un sacco nei paesi per vederli bene, lì girovaghiamo anche per un’ora. Vedrete che ci rivedremo domani e i prossimi giorni sicuramente.».

Ci sediamo fuori continuando a raccontare le nostre vite davanti ad una buona birretta che, dopo tutto questo sole, è la cosa migliore.

Parliamo di molte cose, delle nostre passioni, del lavoro, delle mail che continuano ad arrivare nel cellulare. Forse veramente poche persone al mondo sono felici al 100% del lavoro che fanno proprio perchè, pur occupando la grande parte della giornata, è un lavoro e non la vita. Rifletto. Non può dipendere tutto da me, nemmeno se l’attività fosse mia, nemmeno se fossi un imprenditore che sta sviluppando la propria idea. Qualche cosa di cui non essere pienamente soddisfatto ci sarà sempre. Il perchè? perchè è tutto un continuo intrecciarsi di cause ed effetti, spesso non dipendenti solo da noi, che generano di continuo quello che si vive. La perfezione non può esistere in un mondo imperfetto che da sempre tende a migliorarsi. La vita è una via di evoluzione, altrimenti sarebbe statica, fissa, prevedibile e, probabilmente, a lungo andare noiosa.

Ed Il sole scalda e la temperatura sale. Seduti fuori dall’albergue del monastero siamo impressionati di quanto caldo faccia ancora. Sono quasi le dieci di sera e vediamo ad ovest la palla infuocata del sole che piano piano sta scendendo abbracciata a due alberi. Non ho mai visto un sole così grande, così caldo, con così tanta voglia di donare a noi i suoi raggi continuamente, per tutto il giorno, per tutta la notte. La sensazione è quella che non voglia tramontare, che nel suo profondo voglia rimanere ancora tra noi, voglia quasi invertire la sua rotta abituale, tornare indietro per continuare a vivere questa intensa giornata.

Il sole scalda, la temperatura sale. I nostri occhi si chiudono lentamente, in un fremito di beatitudine, cullando il nostro cuore verso un meritato e tanto atteso riposo.

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