Santo Domingo de la Calzada – Viloria de Rioja – un nuovo inizio

31/07/2016

La porta dell’autobus si apre, lo stesso mezzo di trasporto che ci ha strappato a questo luogo ci riconsegna alle sue vie dopo un anno.

Siamo impazienti di scendere, di respirare nuovamente l’aria dell’essere pellegrini.

Davanti a noi le panchine della fermata, una fontana, le strisce pedonali che conducono all’ingresso della storica città. L’emozione è forte, siamo nuovamente lungo la strada che, per tanti mesi, è stata l’oggetto dei nostri sogni.

Riprendono i rituali da pellegrini: allacciamo le scarpe e facciamo ordine nello zaino per poterci lanciare nuovamente verso la meta.

Sono le 12:00, suonano le campane, le stesse campane che ci hanno dato l’arrivederci ora ci salutano e ci accolgono, ci indirizzano verso la nostra strada.

Ripartiamo. La storica cattedrale di questa famosa città si erge davanti a noi.

Lì a fianco c’è uno dei primi albergue per pellegrini della storia, oggi trasformato in grande albergo. In onore del suo passato permette ai pellegrini affaticati di distendersi nei divani della sua hall. Ma la nostra smania di partire è troppo grande, non ce la sentiamo di riposarci prima ancora di cominciare.Santo Domingo de la Calzada - Viloria la Rioja - confronto

Lungo la via principale del paese il pannello in cui è raffigurata la sagoma di un pellegrino medievale con in mano una gallina è ancora lì, immobile, ad attendere che i passanti infilino la testa per fare una foto. E lo stesso facciamo anche noi, riscattando la stessa identica foto che avevamo già impresso nelle nostre macchinette fotografiche nel tempo del nostro primo arrivo.

Quanto siamo cambiati, come sono diversi i nostri eccitati sorrisi di oggi rispetto a quelli malinconici dello scorso agosto, la barba ed i capelli appena tagliati, le linee di tensione nel viso carico di aspettative. Santo Domingo de la Calzada però è rimasto lo stesso. Le stesse vie, la stessa mole di persone che traffica nei negozi del centro, lo stesso ordine, gli stessi segni da seguire.

Abbandoniamo la città alle nostre spalle saltellando, facciamo i conti con le nostre sensazioni, con le nostre nuove scarpe ai piedi, con la strada e con le frecce gialle che sono già ritornate ad indicarci il cammino.

Il cielo è carico di nubi, l’aria fresca, umida, il sole è immerso nelle profondità del cielo e, per oggi, sembra non voler scaldare il nostro tracciato. 

I rumori dei passi sotto ai nostri piedi tornano a risuonare, i sassolini del tracciato ad uno ad uno si spostano e si riassestano sotto la suola delle nostre scarpe, il suono soave del silenzio torna nelle nostre orecchie e ci permette di percepire un inizio di pace dopo la tanta confusione della vita di ogni giorno. I pensieri ancora ci assillano, un nuovo inizio è qui per noi e siamo consapevoli di due cose: servirà qualche tempo per tornare a rivivere quella spiritualità essenziale che è intrinseca in questa esperienza e servirà del tempo per allenare i nostri corpi alla fatica del cammino. Ma questo non ci spaventa.

Poco prima delle 13:00 arriviamo a Grañón, famoso per l’ospitalità del suo parroco verso i pellegrini. E’ qui che lo scorso anno i nostri (ormai ex) compagni di avventure si sono fermati per la tappa del giorno.

Pranziamo con gli avanzi della colazione nella piazza principale e poi, voltandoci per ripartire, vediamo la chiesa aperta. E’ Domenica, le campane suonano. Ci avviciniamo anche noi per una preghiera, per affidare a Dio il nostro pellegrinare, le nostre menti, i nostri corpi e le nostre molte, forse troppe, aspettative.

Entriamo mentre la Messa sta per iniziare. L’orario è molto strano, dalle nostre parti a quest’ora sono già tutti a tavola a mangiare. Ma qui c’è, qui l’orario è quello giusto per poterci fermare e riflettere, per iniziare a rivivere le sensazioni passate e prepararci ad accogliere quelle future.

Iniziano a vagare i primi pensieri, i primi dubbi, la fretta è dentro al mio animo e si manifesta. La fretta di arrivare o di non arrivare nei giorni a nostra disposizione, la voglia di andare oltre Santiago de Compostela e raggiungere la fine del mondo. Ma anche la voglia di capire, di cercare di scoprire come orientare la mia vita una volta tornato a casa, di scoprire quali altri messaggi questo cammino potrà donarci. Ma la fretta, la fretta, la fretta è quella sensazione che guida tutto questo. Mi sento come un cavallo che scalpita alla partenza di una corsa, destinato a sbagliare strada perchè non riesce a distinguere, nell’ansia dell’arrivare, la giusta direzione.

Conosciamo il famoso parroco della città e la volontaria del centro di accoglienza dei pellegrini, scambiamo due parole con loro (lei è italiana) ma ben presto li lasciamo andare ad aprire il centro, probabilmente già alcune persone stanno attendendo alla porta.

Ci avviamo così verso l’uscita della chiesa quando, improvvisamente, una mano si posa nelle nostre spalle. «Hola Pelegrinos». Un dolce vecchietto ci guarda attraverso gli occhiali alla Bono degli U2 sostenendo con un braccio la compagna di una vita. In uno spagnolo molto incerto cerchiamo di comunicare. Ci racconta di quanti pellegrini vedono passare, di come hanno percorso il cammino in automobile negli anni passati, sono troppo vecchi per farlo a piedi. Ci sorride, ed il suo sorriso è un augurio per la nostra marcia.

Anche se oggi non abbiamo avuto l’occasione di ricevere la benedizione del pellegrino questo incontro ha la stessa valenza. E’ questo anziano signore che ci dà il via, che inaugura questa nuova, e allo stesso tempo antica, strada che ci accingiamo a percorrere. Gli siamo grati, nel trambusto generale della nostra quotidianità ci troviamo quasi gettati in questa nuova realtà senza aver avuto il tempo di sedimentare questo nuovo inizio. Ieri eravamo seduti ad una scrivania a premere tasti di una realtà immaginaria, vivendo in una bolla creata da una qualche impresa di nuove tecnologie. Ora siamo immersi nei colori della natura, nella condivisione disinteressata con le persone, nel ritmo lento dei passi che si susseguono, nel valorizzare i più piccoli istanti della giornata, in poche parole nell’autenticità della vita.

Attraversiamo la lunga via principale che ci conduce al belvedere del paese, oltre la fontana ci attendono una infinità di sterminati campi di grano ancora da raccogliere, di quel giallo paglierino intenso che riflette la luce del sole.

Curva a sinistra, e via in discesa verso destra. La strada si immerge in poco tempo nel bel mezzo del nulla, facendoci attraversare queste terre collinari mentre custodiamo nel profondo dei nostri cuori le nostre grandi aspirazioni per questa avventura.

Ogni tanto il silenzio viene rotto da qualche parola, perchè siamo tornati nel Camino? Perchè siamo nuovamente in queste terre? Nella mia mente si affollano queste ed altre innumerevoli domande. Cosa vorrei fare della mia vita? Cosa vorrei fare della nostra vita? Quali sono i valori in cui credo? In che realtà mi sento immerso? La testa continua a girare, fluttua tra pensieri volteggiando in un caos turbinoso ed improduttivo.

Per fortuna siamo consci di una cosa. Da oggi e per un mese l’unica preoccupazione delle nostre giornate sarà seguire la freccia gialla che ci condurrà a Santiago. E da questa consapevolezza emerge dal profondo del nostro essere un attimo di serenità.

A Redecilla del Camino inizia a farsi sentire la fame. Intravediamo la chiesa e, lì di fronte, il bar principale pieno di gente che festeggia la Domenica. Sembrano tutti ammucchiati lì, senza quasi respirare. Entriamo per prendere una porzione di tortilla e delle olive. Delle gustose, morbide, splendide olive. Mai mangiate in tutta la vita di così buone.

Qualcosa ci attira in questo luogo ma, carichi dal pasto, decidiamo di proseguire fino al prossimo villaggio che si trova a due chilometri. Percorriamo la strada statale. Le gambe iniziano a gonfiarsi e ad affaticarsi più delle nostre previsioni. Una paura di fondo pervade i nostri animi stanchi, la paura di chi non ha fiducia nel futuro.

Il paese che raggiungiamo è deserto, qualche viso che ci guarda in modo sinistro si ritira velocemente dietro le tende di una casa. Seguiamo le indicazioni e finiamo in una specie di motel per camionisti lungo la statale. Non è proprio il luogo più adatto per dei pellegrini.

«Torniamo indietro?» propongo alla Ale. «No!» risponde Lei, «Lungo il cammino di Santiago non si torna mai indietro». E così proseguiamo verso l’ignoto.

I campi di grano tornano a fare da padroni. Attraversiamo nubi di polvere e terra sollevate dalle grandi macchine agricole che stanno raccogliendo i cereali ormai maturi.Santo Domingo de la Calzada - Viloria la Rioja - campi di grano

Quando la nuvola si dissolve ecco di fronte a noi Viloria de Rioja, la possibile meta di oggi.

Girovaghiamo per la strada principale per orientarci al suo interno, anche questo piccolo villaggio non si può dire che pulluli di vita. Due albergue di cui uno, che ha al di fuori una foto degli hospitaleri con Paulo Coelho, chiuso.

La scelta è obbligata, ma, mentre entriamo nella porta, penso che questo sia il posto migliore per passare la nostra prima notte di quest’anno sul cammino. Cinque euro per dormire e la cena donativa, una ottima cosa.

La routine è sempre la stessa: letto, doccia, bucato e fuori a stendere. Il vento sale forte da nord portando un’aria fredda e fastidiosa che irrompe senza chiedere permesso nelle orecchie e nella testa.

La Ale è esausta e si concede un po’ di riposo sdraiata nel letto. Io sono troppo eccitato e mi metto a vagare senza meta. Trovo la chiesa del paese e, di fronte ad essa, una casa con un cartello che recita: “Questa è la casa natale di Santo Domingo de la Calzada”. Eccolo qui l’eroe di questa regione, è nato in questa altura semi desertica a due passi dal nulla.

Ritornando sui miei passi mi osservo attorno e mi siedo fuori nella veranda ad osservare la la padrona della “Parada” mentre prepara la cena.

Lei e suo marito sono degli artigiani, trasferitisi qui da poco tempo. Hanno percorso altri cammini fino a Santiago, non la via francese perchè sono originari del nord della spagna. Passando di qui hanno visto questo luogo, si sono fermati, e da qualche anno hanno ristrutturato la casa per ospitare i pellegrini. E’ un posto molto rurale, mosche ovunque, ma veramente molto accogliente.

Suona la campana, la cena è pronta. Il menu è: paella di carne con insalata di frutta e verdura.

Ci sediamo al tavolo assieme agli altri ospiti. Una signora francese al suo penultimo giorno di cammino, un robusto ragazzo spagnolo, una giovane ragazza italiana ed una koreana.

Cerchiamo di intavolare qualche discorso ma siamo ancora impacciati, le parole si legano in bocca come nodi tutt’altro che facili da sciogliere. Il vino in tavola aiuta un po’ l’atmosfera fino a quando il trillo della porta interrompe i nostri discorsi. Un ragazzo piomba nella stanza.

Parla veloce come il vento, la pelle bruciata dal sole dietro ad un paio di occhiali alla Trigun. Dinamico e sempre in movimento sembra quasi che sia uscito dal deserto in questo istante. Un soprannome ci esce quasi spontaneo dalle labbra. Lui per noi da oggi sarà “Schizz”.

Dopo la cena ci sediamo fuori a finire la bottiglia di vino che avevamo iniziato. Il sole è ancora alto e non sembra che il buio abbia voglia di scendere sopra le nostre teste per regalarci la prima stellata nel cammino.

Un respiro rilassato esce dai miei polmoni mentre sprofondo infreddolito nella sedia. Attorno a noi tutta gente nuova, sconosciuta, che ha voglia di comunicare e condividere.

Ma in tutta la giornata, in tutta la serata, mai è uscita la famosa domanda: «Cosa fai tu nella vita?». Nessuno ha osato farla – a nessuno forse interessa – forse è proprio questo il punto. Non occorre sapere cosa fai per capire chi sei veramente. Non ci siamo etichettati identificandoci con un ruolo, con una maschera, segnando il nostro territorio come se fossimo immersi nel contesto cittadino.

Il primo regalo di questa nuova partenza è questa riscoperta. Siamo tutti pellegrini in viaggio per la stessa meta. E siamo qui, insieme, senza pregiudizi. Senza quasi conoscere i nomi l’uno dell’altro, senza essere ancorati alle sicurezze dei nostri ruoli, ma ritornando ognuno alla propria profonda essenza di viaggiatore, di pellegrino, di uomo e di donna del nostro tempo. Siamo disposti a metterci a nudo di fronte alle possibilità dell’esistenza e, anche se nell’intimo del mio animo ancora regna il caos, sono sicuro che un giorno non lontano la pace del cammino tornerà a rasserenare l’interno del mio essere.

Sono le dieci di sera quando mi avvio verso il letto pieno di stanchezza. Dalla finestrella della camera il sole regala ancora i suoi ultimi raggi.

Alcune parole escono dalla mia penna e si imprimono, prorompenti, nel diario di viaggio.

“Grazie Dio di Amarmi!”

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