Da Roncesvalles a Zubiri – scoprendo el País Vasco

13 agosto 2015

Apriamo gli occhi alle prime luci dell’alba, già da tempo alcuni pellegrini si sono alzati per intraprendere il Camino. Tra sogno e realtà li abbiamo visti raccogliere con cura il sacco a pelo mentre si avviavano verso l’uscita.

Scendiamo le scale a fatica, dopo aver impacchettato le nostre cose. Facce conosciute, di cui però non conosciamo ancora il nome, ci salutano con un sonoro «Buen Camino». E’ proprio questa la frase tipica di questo viaggio, due parole così semplici che però esprimono tutta la gioia dell’incontro e della condivisione.

Se pur breve, se pur rivolto ad una persona che probabilmente non vedrai mai più, questo gesto di saluto riempie il cuore di allegria e predisposizione all’altro.

Ripenso a quante volte nel quotidiano si fa fatica a rivolgersi anche al vicino di casa. Quante volte capita di abbassare lo sguardo se si scorge in lontananza, qualcuno che in quel momento non si vuole vedere. Quante volte non si riesce a condividere con le altre persone un semplice sorriso. Quante volte i nostri problemi sono così insormontabili da farci isolare, non permettendoci di creare una vera relazione con il prossimo. Il “Buen Camino” qui è un gesto di solidarietà e sostegno. Ti da forza, coraggio, voglia di andare avanti perchè sai che c’è qualcun altro che sta compiendo i tuoi stessi passi. Sta affrontando le tue stesse fatiche, i tuoi stessi dubbi, ed è li con te che prosegue, a modo suo, il tuo stesso cammino.

Roncesvalles non si è ancora destata completamente dal suo sonno mentre la attraversiamo cercando la prossima freccia gialla, indicazione della giusta direzione da seguire. La troviamo vicino al cartello che segnala la fine del paese e ci fa dirigere verso un piccolo boschetto incantato che costeggia la strada.

Gli alberi sono bassi, i rami ci accarezzano i capelli, l’aria è umida di un freddo pungente che si sente a pieno sulla pelle. Siamo ancora in montagna ed è mattino presto.

Il primo tratto è faticoso e le gambe, stanche dal giorno precedente, sembrano macigni di pietra attaccati al corpo. Per fortuna oggi la strada è molto minore rispetto a quella di ieri.

Dopo circa mezzora avvistiamo un bar. Entriamo per riscaldarci e facciamo colazione, con noi una moltitudine di altri pellegrini. Camminare a stomaco vuoto non è mai una bella idea, e molta gente ha avuto il nostro stesso pensiero. Così tra una chiacchiera e l’altra facciamo il pieno di energie.

Ora possiamo riprendere la nostra tappa con maggiore vigore. La meta di oggi è Zubiri, cittadina a 21,5 km da Roncesvalles.

Ci lasciamo alle spalle il bel paesino basco di Auritz, seguendo una stradina di campagna che costeggia ampi pascoli. Mucche e altri animali ci fanno compagnia mentre la squadra di camminatori provetti inizia ad aggiustare il passo.

Ci sono pellegrini soli, in coppia, a gruppi. Alcuni di loro si sono conosciuti all’aereoporto e sono diventati compagni di viaggio inseparabili, altri hanno socializzato lungo la strada. Si vede però che ognuno ci tiene alla sua individualità. Puoi condividere con altri la strada, ridere e scherzare, affrontare discussioni profonde e non. Ma in fondo al cuore, ognuno sa che questo cammino è un viaggio verso Dio (per chi ci crede) e verso Se stessi. E’ il camminare che fa il cammino, ed ogni passo è un passo si verso Santiago, ma soprattutto è un passo verso il proprio intimo più profondo.

Roncesvalles - Zubiri - Salve ReginaAttraversiamo una strada asfaltata e sulla destra vediamo una lapide che raffigura la Vergine di Roncesvalles. Sopra una iscrizione: “Qui si recita un salve per Nostra Señora de Roncesvalles”.

L’ho trovata! Leggendo il libro che mi stà “accompagnando” Coelho ne parlava. Doveva avere però le idee un attimo confuse perchè per lui questa lapide era ben prima di Roncesvalles, ancora immersa nei Pirenei. Va bene comunque. Ci fermiamo e rispettiamo le usanze dei pellegrini recitando la preghiera.

Passiamo altri boschi, prati e campi di grano appena tagliato. In uno di questi facciamo una pausa e io ne approfitto per ripetere l’esercizio della semente.

I passi diventano sempre più pesanti e l’ora sempre più tarda. Voltiamo un angolo ed ecco, inaspettato, un bellissimo ponte romano in pietra ci indica che la destinazione di oggi è qui, davanti a noi. L’acqua scorre impetuosa lambendo le rocce del fondale e noi ci perdiamo, per qualche istante, nei suoi moti ondosi. Ascoltiamo il suo rumore e la sua forza, mentre altri pellegrini si tuffano per fare il bagno.

In quell’istante ci raggiunge “Giappo”, il pellegrino con cui abbiamo affrontato ieri la discesa dei pirenei. Che felicità vederlo.

Ci dirigiamo assieme verso l’hostal municipal, ma lui decide di andare a dormire in un altro luogo, più nuovo, e sicuramente più pulito.

A noi attende una nuova avventura. I letti sono tutti pieni e saremo i primi ad accedere ad una residenza speciale…la palestra del paese.

Si spalanca davanti a noi la porta impolverata. Sulla destra una montagna di materassi tra cui scegliere il giaciglio per la notte e di fronte a noi il campo di Pelota Basca della zona. Un campo così lo avevo visto solamente nel film “Pari e dispari”. E’ quasi un onore per me poter dormire qui dentro.

Nella palestra con noi c’è un’altra coppia. Lui italiano e lei brasiliana, simpatici, che condivideranno con noi la camerata.

Sistemiamo i letti e li ricopriamo al meglio con un poncho, doccia, lavanderia e poi il meritato riposo.

Dal giardinetto esterno sentiamo una lingua familiare, parlata dalle persone sedute nei tavoli esterni. Usciamo. Sembra di essere in un ghetto italiano di una città ai confini del mondo. Grazie ai nostri coinquilini conosciamo gli altri abitanti del giardino ed iniziamo a scambiare con loro le impressioni del viaggio. Verso le 17:00 la grande idea, lanciata da un gruppo di “Vicentini”: cucinare tutti assieme. Nel giro di poco organizziamo una cena comunitaria con le poche cose offerte dalla bottega di Zubiri. Il menu? Pasta alla carbonara e birra a fiumi.

Questa serata ci regala tante novità e la lista dei partecipanti a Santiago Express, il nostro nuovo passatempo-gioco, si allunga. Oltre al “Giappo”, ai “Vicentini” e alla coppia che condivide con noi la palestra (a cui non abbiamo ancora dato un nome) abbiamo: “i Coordinati” (coppia che osserviamo dal primo giorno a Saint Jean e che casualmente veste sempre in pandan), “Raf” e “la Pausini”.

La cena è pronta e, a fianco a noi, si siede un altro segno lungo questa magnifica via. “DR”, un Don di Milano. «Davvero sei un sacerdote?» chiediamo increduli. Non si direbbe!

L’essere tutti pellegrini in viaggio uniforma le persone, appiattisce i divari, gli abbigliamenti, i segni di riconoscimento che nella vita normale abbiamo e con cui ci identifichiamo. L’uomo d’affari, la segretaria, la direttrice di banca, lo studente, l’operatore shiatsu, l’alternativo. Tutte queste figure si nascondono dietro ad un paio di ciabatte, pantaloni da trekking e maglia tecnica molto probabilmente marchiata Quechua.

Con “DR” parliamo allegramente quasi tutta la serata di varie cose, ma la grande sorpresa è la scoperta di una conoscenza in comune: la guida Gesuita che, con la sua maestria, ci ha condotto fino nei più remoti angoli del deserto del Neghev qualche mese prima. Che ci ha fatto scoprire un altro volto dei Vangeli. Che ci ha fatto interrogare e che ci ha stupito con la sua grande semplicità e libertà. E’ un compagno di viaggio comune nelle nostre vite, che ci ha impressionato e sconvolto, un punto di congiunzione tra linee parallele.

Roncesvalles - Zubiri - Federico GiapponeseUn anziano pellegrino, giapponese e sulla settantina, si aggiunge al nostro tavolo. La comprensione è difficile ma in cambio di un piatto di pasta si mette a scrivere il nome di tutti nella sua lingua natale e ne spiega il significato. Federico significa “suonatore di flauto lungo”. Mah!?!?! L’unico flauto lungo che suono è il didjeridoo. Sarà forse quello? Con questo interrogativo la cena volge al suo termine.

Salutiamo tutti e la Ale propone a “DR” un momento di preghiera assieme per terminare la giornata. A noi tre si aggiunge anche “la Pausini” che tra un discorso e l’altro era stata punzecchiata sul tema e se ne era interessata.

Ci sediamo fuori dall’hostal, lungo la strada principale di Zubiri. Il buio ormai è sceso e le stelle brillano sopra la nostra testa. Ringraziamo Dio per questa avventura, per gli incontri e le sorprese del viaggio. Siamo distanti migliaia di chilometri da dove siamo nati ma, pur dovendo dormire in una palestra, ci sentiamo a casa.

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