Pamplona – Puente la Reina – dove i cammini diventano uno solo

15 agosto 2015

Un fruscio nella notte. Asciugamani appesi alle pareti del letto per isolarsi dal mondo. Corpi avvinghiati dentro al sacco a pelo che rotolano su se stessi in giochi senza parole. Piccole urla di gemiti soffocate per non dare nell’occhio, per mantenere quella privacy che in una camerata non può esserci. Occhi esterni esterrefatti ai lati si guardano, contemplano e commentano con lo sguardo lo stupore e l’incredulità per quello a cui stanno assistendo. L’immaginazione dilaga. Poi silenzio, ovattato dall’ampiezza della stanza, che dura solo qualche istante. I fruscii riprendono senza tregua e senza sosta. Come se i due fossero soli in tutto l’universo.

 

La sveglia stà per suonare e già la Ale mi ha messo al corrente di tutto questo. Lei è li, in piedi, pronta già a partire con il suo zaino. Desiderosa di allontanarsi velocemente da quella coppia, da quella notte insonne. Di riprendere la strada che ci porterà lontano da quell’incubo. Io ho dormito come un sasso, senza accorgermi di nulla.

Grazie a questa notte troviamo un nome anche per la focosa coppia (coloro che hanno condiviso con noi la palestra di Zubiri): “i Pinchos”. In onore delle loro gesta, in onore del luogo in cui le loro doti si sono espresse al meglio.

Sono le 6:00 quando la porta dell’hostal si apre, davanti a noi i resti della serata sparsi per i vicoli della città. Birre, immondizia, cestini ricolmi di qualsiasi cosa immaginabile agli angoli delle strade. Facciamo colazione nel bar che, solamente per i pellegrini, apre a quell’ora per guadagnarsi la giornata.

L’uscita della città attraversa parchi alberati, appena bagnati dai moderni impianti di irrigazione. Le frecce quasi si perdono nei viali, tra il verde dei prati e le vie del centro. Non è tanto la segnaletica scarsa, quanto il risveglio mattutino dei nostri sensi che tarda ad arrivare.

Pamplona - Puente la Reina - GirasolePamplona pian piano si allontana dietro di noi, lasciando spazio ad ampie strade di campagna che attraversano campi sterminati di girasoli. I frutti del raccolto sono quasi maturi, anche per quest’anno la natura ha donato all’uomo ciò di cui aveva bisogno. Ed ha donato anche a noi qualche seme, recuperato nel centro contornato di gialli petali di quel bellissimo fiore. Un passo ed un seme, un altro seme ed un altro passo. Non sarà un grande banchetto ma la soddisfazione di raccogliere dalla pianta e mangiarne del suo frutto è una cosa che al giorno d’oggi non tutti hanno la possibilità di gustare.

Seguiamo così la fila di pellegrini, ignari di quanto ci attende.

Non abbiamo una guida al nostro seguito. Per scelta abbiamo deciso di non guardare la cartina altimetrica che ci hanno consegnato alla partenza del nostro cammino. Di volta in volta, sera dopo sera, chiediamo quale potrebbe essere una tappa possibile per la giornata seguente. Il percorso è ben servito e, se proprio non ce la facessimo, troveremmo sicuramente un qualche alloggio dove fermarci per la notte.

Oggi l’idea è quella di arrivare a Puente la Reina. Ovviamente la meta la sappiamo ma non sappiamo bene come si sviluppa il percorso per arrivarci.

Proseguiamo per un pezzo paralleli alla tangenziale ma più alti di qualche metro. A dividerci una rete costellata di croci intrecciate con dei rami degli arbusti della zona. Un segno del passaggio dei pellegrini? Sicuramente. Un segno di ringraziamento verso Dio per il cammino fino ad ora percorso? O forse, semplicemente, un gesto di solidarietà per dire a coloro che attraverseranno questo stesso tratto che proseguire è possibile, nonostante la fatica.

Pamplona - Puente la Reina - Salita Alto del PerdonLa strada inizia a salire. Prima piano, poi con una pendenza sempre maggiore. Le piccole curve si arrampicano tra rocce e campi di grano tagliato da poco. La strada da grande e spaziosa si è ridotta notevolmente di larghezza. I sassolini bianchi di campagna si trasformano pian piano in pietre taglienti, sempre più grandi, mentre la strada si inerpica, ripida, verso una fila sterminata di pale eoliche. Questa è la salita che porta all’”Alto del Perdon”.

Il rumore delle pale ci accompagna. Basso, sordo, un fruscio strisciante di metalli frizionati dal vento. E che vento!

Arriviamo in cima. Ci sediamo su delle pietre a riguardare la strada percorsa, ad ammirare l’opera in ferro che raffigura l’evoluzione del pellegrinaggio nelle varie epoche. I pellegrini da tutte le parti d’europa venivano con i loro mezzi e attraversavano queste strade. Chi a cavallo, chi con il mulo, chi solamente con un bastone ed un mantello. Fino ad arrivare a noi, oggi, con uno zaino sulle spalle e le scarpe da trekking ai piedi. Ma, oggi come allora, un’unica meta. Una sola spinta per proseguire. Gli stessi paesi, alcuni urbanisticamente mutati nei secoli, dove trovare rifugio per la notte.

In una frase l’Alto del Perdon è questo:

Donde se cruza el camino del viento con el de las estrellas

E frase non fu meglio azzeccata. La via lattea ci indica la direzione durante la notte, il sole ci guida durante il giorno. Il vento ora soffia tra i nostri capelli, portando cambiamento dentro ai nostri animi, dentro le nostre vite.

E’ giunto il tempo di scendere. Attraversiamo la stradina asfaltata che i turisti usano per ammirare questa opera d’arte lasciandoci sulla destra il furgoncino dei paninari che vendono bibite e cibo ai pellegrini più affaticati.

Il sentiero inverte la sua pendenza e ci troviamo su una strada più ripida della salita.

Una nuova coppia entra a far parte di “Santiago Express”, è la coppia dei “Selfish”. Ci precedono di pochi passi durante la discesa, il nostro sguardo cade sul bastone per fare i selfie che la ragazza ha appeso allo zaino.

Non crediamo ai nostri occhi. Noi siamo qui a centellinare il peso dello zaino, a pensare se non sia il caso di abbandonare qualcosa lungo il tragitto per proseguire in modo più agile. In più, il bello di questo cammino è proprio la possibilità di recuperare il contatto umano con le altre persone. L’essere in sintonia con loro. Parlarci, interagirci, scambiarsi opinioni ed idee. E quel bastoncino, se pur piccolo ed insignificante può diventare una spada che allontana da noi tutte le persone.

Inizia così una gara. Dobbiamo riuscire ad arrivare alla meta prima di loro.

Li superiamo con passo spedito, determinati a compiere l’impresa. Ma alla fine ci accorgiamo di avere lo stesso passo. Ci piace fermarci, fare delle pause, godere dei paesaggi e prontamente loro con la loro andatura stabile ci piombano nuovamente davanti.

La discesa è molto dura. E’ quasi uno sciare sulle pietre che ondeggiano a destra e a sinistra al tuo passaggio. Ma alziamo la testa e wow! Il paesaggio dinnanzi a noi si apre facendoci vedere l’immensità di questa terra, delle sue montagne e delle sue nubi che solcano questi sconfinati cieli.

Pamplona - Puente la Reina - pellegrinoLa fatica ci assale ad ogni nuovo passo. Giunti a questo punto il fisico non è ancora a pieno allenato alla fatica, al cammino. Nelle gambe riposano ancora i chilometri della traversata dei Pirenei, di Roncesvalles, di Zubiri e Pamplona. Siamo ormai vicini a quota 100.

Con la fatica fisica iniziano a farsi vivi i demoni interiori. Le paure profonde immerse all’interno del mio essere. Nella vita di tutti i giorni vengono soffocate dalla quotidianità. Ma camminando, magari in silenzio, presto o tardi te li trovi davanti e possono rivelarsi una montagna molto difficile da scalare, molto più alta ed impegnativa di qualsiasi altra. Serve molta determinazione per proseguire, per non farsi vincere da queste tenebre profonde. Come serve determinazione per proseguire nel cammino, nel momento in cui le gambe fanno fatica a rispondere, nel momento in cui ti getteresti a terra per non rialzarti più.

Però in fondo al cuore lo sai. Nel buio profondo delle proprie tenebre esiste un bagliore di luce che può illuminare nuovamente tutta la tua vita. E così inizio a prendere queste tenebre, a chiamarle per nome. A riflettere su cosa c’è che mi frena e non mi lascia spiccare il volo. E’ solo un inizio, lo so. Il cammino è ancora lungo e difficile e troverò molti ostacoli (interiori ed esteriori) da superare.

Mi ritorna in mente il brano della Genesi in cui Dio invita Abram ad andare, partire, verso non si sa bene dove. Quel “Lech-Lecha” pronunciato in modo così secco, imperativo ma anche dolce e accogliente. Quel “Vai per Te stesso” risuona nella mia testa.

Andare verso Me stesso per scoprire qual è la mia paura più grande. Il demone che deve essere ammaestrato. Il primo passo del Camino interiore è probabilmente questo, e quale occasione migliore per intraprenderlo?

La paura più grande potrebbe essere quella di morire la vita. Di sprecarla, buttarla al vento in inutili giochi di potere ed egoismo senza trovare quella scintilla Divina che avvolge il suo mistero.

Per oggi il mio scavare si ferma qui. Scorgiamo alla fine del sentiero una statua, siamo finalmente giunti a Puente la Reina, dove tutti i cammini per Santiago diventano uno solo.

I cammini che provengono dalla Francia, i cammini così detti Francesi, si incontrano qui. Di due uno. Una unica via ora, che ci condurrà fino a Santiago de Compostela.

Pamplona - Puente la Reina - Incrocio dei cammini francesi

Posiamo i nostri zaini all’hostal municipal, poco fuori del centro storico del paese. Dopo la doccia mi avvio nel giardino a fare un po’ di DO-IN e stretching dei meridiani per cercare di rilassare i muscoli contratti dalla tappa.

Ad un certo punto la Ale si aggiunge a me. «Lo vedi il vecchio signore giapponese? Ti stà guardando.», mi sussurra piano ad un orecchio. Lui, che aveva scritto il nostro nome nei caratteri della sua lingua natale era lì, fuori dalla porta che dava verso il giardino alberato, a fissarci compiaciuto. A vedere come parte della sua cultura si fosse mescolata con quella occidentale. Orgoglioso nel vedere questo, orgoglioso della sua terra d’origine, dei suoi usi e dei suoi costumi. La sua profonda personalità ispira rispetto. E’ anziano ma con la sua tenacia, disciplina e rettitudine sta compiendo il nostro stesso tragitto senza apparente difficoltà.

Questa sua manifestazione di interesse mi riempie di gioia. Vorrei parlargli, interagire, chiedergli di questi temi, farmi insegnare qualcosa. Sicuramente ha una conoscenza a riguardo che io non posso nemmeno immaginare. Lascio però perdere, non vorrei essere invadente e mi avvio verso il centro del paese mentre la Ale decide di andare a dormire.

Puente la Reina è nato e si è sviluppato attorno al Camino. Gli edifici storici contornano la via principale del paese. Antico tratto di passaggio dei pellegrini, la sua pianta non ha subito variazioni. Appare ancora con la sua antica bellezza propria del periodo medievale. La calle termina sulle rive del fiume Arga dove, nel secolo XI, una regina costruì il magnifico ponte romanico da cui prende il nome. Questa imponente costruzione, allo scopo di facilitare il transito dei pellegrini verso l’altra sponda del fiume.

Mi siedo sulla sua riva a scrivere, a prendere nota di quanto accaduto in questa marcia. Guardo le arcate in pietra stagliarsi sopra l’acqua, la riva piena di piante, dei bambini giocano con la palla nel piccolo spazio tra la scalinata ed il fiume. Inizio a leggere il capitolo in cui Coelho si ferma proprio in questa strada. E’ bello contestualizzare un’opera letteraria. Leggerla proprio lì dove è stata ambientata. Ti senti il protagonista e la vivi in prima persona.

Infastidito però dalle incessanti mosche ritorno lungo la via principale seguendo verso il centro del ponte. E’ questa la parte più alta dell’intera costruzione. Mai come ora ho la sensazione di porre i miei passi in un pezzo di storia d’Europa.

Si sta facendo tardi, vado a svegliare la Ale ed andiamo alla benedizione del pellegrino, che ormai sta diventato il tipico rituale serale.

A noi si unisce “DR” e decidiamo con lui di andare a cenare con un bel “Menu del Pellegrino”. La serata con lui è ricca, profonda. Gli parliamo dei nostri dubbi, delle nostre difficoltà, della nostra ricerca come singoli e come coppia. Non sappiamo bene dove andare e che direzione far prendere alla nostra vita, questo interrogativo è dentro di noi da molto tempo.

Anche lui ci racconta delle sue difficoltà con i giovani, nel vedere che molti “gettano” via la loro vita e la affrontano senza entusiasmo nè spinta, senza spirito. Lasciando scorrere le giornate una dopo l’altra senza interrogarsi. Ci racconta di come tenti di spronarli giorno dopo giorno, anno dopo anno. Di come stia riuscendo a creare una vera comunità di collaborazione ed aiuto. In cui chi ha delle doti particolari impari anche a mettere a disposizione degli altri e non solo di sè stesso. E tutto questo a partire dai ragazzi, non dai genitori. A quanto pare funziona!

Tutto questo lo fa per Amore, lo si vede nel suo viso che si accende mentre ne parla. Sicuramente in modo incisivo, è la sua modalità. A volte serve qualcuno di cui ti fidi che ti dia la “sveglia” e ti tiri fuori da quel “torpore emotivo” in cui è facile, oggi, cadere.

Dal primo giorno di cammino questa parola, Amore, ci ronza in testa. La troviamo ovunque ci voltiamo. Ognuno a suo modo ne parla. Ci rendiamo conto che stà scavando dentro ai nostri cuori qualcosa di cui non siamo ancora pienamente a conoscenza ma che si rivelerà a tempo debito.

Con questa consapevolezza ci avviamo percorrendo il cammino in senso contrario fino al nostro ostello. La sera è calata sui pellegrini che si raccolgono nei loro sacchi a pelo per riposare. Un altro giorno di cammino è terminato, un altro sta già per cominciare.

One comment Add yours
  1. C’è stata una tappa di completa solitudine , da Calzada del Coto a Reliegos lungo la via Trajana. Ho provato un silenzio straziante lungo una ventina di km di totale solitudine,assoluta,nessun pellegrino , nessuna traccia di vita. Solo il silenzio. Mi ha fatto venire in mente il libro dei Re :”dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento
    leggero = we’aHr ha ’esh qol demamah daqqah” (= Voce di silenzio sottile). In ebraico ci sono diverse voci per descrivere il silenzio: Sheqet è il silenzio della serenità,Lishtok è un imperativo (taci), Dom è il silenzio abissale. Infine Dmemà è un silenzio dolcissimo, è come una promessa di quello che verrà, una vera promessa d’amore.
    Ecco, verso Reliegos, in perfetta solitudine, ho provata questa Dememà, questa >Voce di silenzio sottile. Ciao

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