Los Arcos – Logroño – l’incontro con la Paura

18/08/2015

La zona comune dell’ostello di Los Arcos è in pieno fermento. I distributori automatici sfornano caffè e bevande calde senza interruzione mentre i pellegrini si uniscono in piccoli gruppetti per affrontare assieme le prime ore di cammino.

Los Arcos - Logroño - buio prima dell'albaIl cielo è ancora buio ed il mondo sta attraversando quell’istante infinito di tempo che intercorre tra quando la luna cala ed il sole torna a splendere. Quel momento in cui l’oscurità sembra aver preso il sopravvento sulla luce.

Ci avviamo per la strada in tre. Io, la Ale e “La Pausini”, con cui avevamo concordato di passare alcuni momenti oggi.

La campagna arida si sta risvegliando a fianco dei nostri passi, l’odore dell’aria fredda e pura della notte accompagna questa nostra partenza.

La Ale e “La Pausini” si mettono a parlare delle loro disavventure notturne, a quanto pare questa notte uno dei due “Giovani” ha fatto colpo su una “Spagnolita” e i due hanno dato spettacolo nella camerata. Per fortuna ieri siamo arrivati per ultimi e abbiamo potuto rimanere nella stanza più isolata del complesso.

Arriviamo senza accorgercene a Sansol, piccolo paesino in cima ad una collina a qualche chilometro dalla partenza, e lì, affamati, entriamo nell’hostal del paese per fare colazione.

La struttura è bella ma la colazione pessima e nemmeno economica. Ci alziamo con più fame di quando ci siamo seduti.

E’ giunto il momento di dividerci, oggi affronteremo in solitaria il nostro cammino.

Vogliamo provare ad immergerci dentro noi stessi senza l’aiuto di altri, nemmeno di coloro che sono sempre al nostro fianco. A volte serve trovarsi di fronte alle proprie debolezze per poterle analizzare e superare. Alcuni chiamano questo momento la “buia notte dell’anima”, altri lo vedono come una morte che apre la possibilità della risurrezione. Il fine di oggi è proprio questo. Lavorare su noi stessi, camminando, al proprio passo, senza altre preoccupazioni, preparandosi in questo modo ad un più vivo incontro con l’altro.

A Torres del Rio troviamo una piccola Tienda piena di sorprese. Si, troviamo, perchè dopo i primi minuti di cammino scopriamo di avere un passo molto simile e giungiamo a distanza di pochi minuti l’uno dall’altra a questo crocevia.

Finalmente possiamo fare una seria colazione. Assieme ai “Vicentini” mangiamo e ci riempiamo le tasche di mandorle offerte dai gestori del negozio, squisite.

Inizia la salita di oggi. Il sole è alto nel cielo, e la felicità nel cuore e nelle gambe.

La gioia di essere soli, una esperienza molto particolare, si accompagna alla gioia di riconoscere l’altro in lontananza tra migliaia di altri zaini.

La solitudine, questa strana sensazione. La mia si intreccia più volte con un ciclista che, sorpassandomi nella strada sterrata, porta con se la musica di una radio incastrata nei borsoni dei bagagli. In salita lo raggiungo, nei tratti piani torna a sorpassarmi. Mi fermo e me lo vedo sbucare da dietro un cespuglio, pronto a ripartire.

Ma la strada è bella, un tratto meraviglioso. In alcuni momenti costeggia la statale ma si sa, quando stai bene con te stesso, ti avvicini a quella parte profonda ed infinita che sta in fondo al tuo cuore e che ti fa sentire vivo, ed allora tutto assume un aspetto differente.

Io e la Ale ci incontriamo nuovamente in cima ad una collina, decidiamo di fermarci un momento, assieme, e provare a svolgere l’esercizio del globo azzurro, trovato nel libro che porto sulle spalle. La zona di cui parla il racconto dovrebbe essere proprio questa.

Di fronte a noi la distesa sconfinata della Navarra, i chilometri che fino ad ora abbiamo percorso, quelli che ci separano da casa e quelli che ci stanno ancora di più avvicinando l’uno all’altra.

Ripartiamo scaglionati per la discesa. Raccolgo le more e le mandorle che, mature, stanno cadendo dagli alberi. Distese di vigneti fanno da cornice a queste valli incantate, cumuli di pietra che sembrano igloo sono stati i ripari di pastori e contadini che, in tempi remoti, popolavano queste colline.

Mi sembra di volare scendendo per il sentiero sassoso, quasi di parlare con tutta questa abbondanza, con la natura che mi sta regalando questo momento meraviglioso.

Tutto sembra donare Amore gratuitamente. Un melo mi offre i suoi frutti (e come a me a molti altri), richiedendo solamente il poco necessario per nutrirsi. Così anche l’uomo può dare tutto se ha di che vivere.

Il trucco sta nel prendere le cose con calma e pace, nel mantenere questa sensazione dentro se stessi. E’ forse la fretta che genera il caos e fa perdere la calma alle persone? Quante volte nella vita di tutti i giorni passiamo le ore a correre da una parte all’altra in un circolo turbinoso di impegni e scadenze? Oggi mi rendo conto di quanto sia utile pellegrinare. Essere pellegrini nel mondo, portare questa dimensione nella vita di tutti i giorni. Pellegrinare, magari con un peso sulle spalle, riporta con i piedi per terra, ridà il giusto peso alle situazioni, riporta l’uomo alla giusta velocità. Tutto questo per vivere a pieno, per vivere e gustarsi ogni istante della vita.

Questa natura sembra fatta per questo. Osservo il ritmo dei fili d’erba nel prato, che oscillano, senza fretta, mossi dal vento. Il rumore dell’acqua, lento ma impetuoso, quasi indomabile. La luce del sole che, con la sua grazia, arriva velocemente a noi, ma sembra poi rallentare per adattarsi al movimento terrestre. Tutto questo è un moto di pace.

All’ingresso di Viana tutti i compagni di viaggio mi segnalano dove si trova la Ale, sono così abituati a vederci assieme che gli sembra strano che oggi siamo separati. La trovo mentre sta pranzando in un bar di fronte alla cattedrale. I suoi occhi mi sorridono, anche lei sta vivendo una bella esperienza e questo mi rallegra ulteriormente.

Faccio per entrare nella chiesa ed incrocio lo sguardo con una donna seduta a fianco del portone. Sembra una pellegrina a prima vista, ma il mio animo si turba improvvisamente. La saluto comunque ed entro nella navata principale dove mi siedo, a fianco di una colonna, a ringraziare per quanto ricevuto fino ad ora.

Mentre la candela delle 12:00 riscalda la cittadina riprendo il cammino.

Appena fuori dalle mura di Viana il paesaggio cambia radicalmente. Ci sono strade malconce e maleodoranti, pezzi di vecchie costruzioni in rovina, rifiuti, piccoli arbusti ornati da pellicole di plastica. Si passa in un lampo dal paradiso all’inferno.

Oltre una curva ritrovo la donna della cattedrale, il cuore mi balza nuovamente in gola. Mi osserva con i suoi occhi di ghiaccio, i capelli biondi, arruffati dalle numerose notti passate in tenda senza lavarsi, fanno da cornice ad un sorriso che nasconde dei tratti oscuri. Con lei due ragazzi ed un uomo, stanno cercando di portare sotto il braccio la loro tenda ed alcuni bagagli. Non hanno zaini ma dei borsoni che li fanno avanzare a fatica.

La Paura si impadronisce di me. Siamo soli, io e loro. Non li ho mai visti prima e, dopo giorni di facce conosciute, mi trovo straniero, in mezzo all’ignoto.

Li supero aumentando il passo ed augurandogli “Buen Camino”, cercando di scacciare dalla mia mente questi pensieri e questo timore, cercando di non far vedere che “La Paura” si è impadronita di me.

Quando l’incubo sembra passato mi fermo a pranzare. Come se fosse un miraggio in lontananza la sagoma trotterellante della Ale arriva a farmi compagnia. Come a volermi dare un sostegno in questo momento di difficoltà. Come a volermi dire che lei è sempre al mio fianco.

Passiamo qualche momento assieme, felici di esserci incontrati, in quell’istante la donna misteriosa passa nuovamente davanti a noi.

La Ale riparte poco dopo mentre io finisco il pasto.

L’immagine di quella signora inizia ad entrare sempre di più nella mia testa, a scavare nei meandri più profondi dei miei ricordi. La mia Paura, il mio demone interiore, è lì, davanti a me. Mi sta dando la possibilità di conoscerlo, di studiarlo e di affrontarlo. Di capire qual’è la sua origine, il perchè si è insinuato nella mia vita, quali sono le situazioni che gli danno forza e quali gli atteggiamenti che lo destabilizzano.

Per varie volte ci sorpassiamo nel tratto successivo, fissandoci sempre negli occhi. I miei ricordi iniziano a vagare mentre sopraggiungo in un boschetto di pini ai margini della campagna.

Mi ritorna in mente un pomeriggio d’inverno di molti anni fa.

Ero bambino, stavo uscendo dal supermercato sotto casa gestito dai miei genitori. Avevo in mano una borsetta con tutta la spesa ordinatamente riposta, la lista ancora in mano, mi stavo avviando a salire le scale che precedevano l’entrata della mia casa.

Era il periodo in cui al telegiornale venivano raccontate storie di bambini rapiti, di orecchie tagliate ed inviate per posta ai genitori per convincerli ad inviargli il riscatto. Di corpi mai più ritrovati e di famiglie intere nel dolore.

Una macchina si ferma nella strada di fronte al negozio, era una FIAT Tipo, di un colore rosso sbiadito, invecchiata dagli anni. Al suo interno tre adulti mi fanno cenno di avvicinarmi. Sono grandi, forti, la macchina è lì, ancora accesa. La paura si impadronisce di me e scappo a casa, rifugiandomi, in salvo, tra le mura domestiche.

Non li ho più rivisti (per fortuna) e gli anni hanno fatto sedimentare e dimenticare questa sensazione di angoscia che ho provato in quel momento. Quella paura, probabilmente infondata, che si è stabilita in me e che forse, inconsciamente, mi ha accompagnato da quel momento nelle relazioni con gli estranei.

Ma ora tutto questo è ritornato più vivo che mai. Quella donna, questa situazione, mi hanno fatto rivivere quel momento passato. Penso se sia o meno un caso, cerco di spiegarmi questo collegamento senza successo. A volte ci sono fatti che risultano inspiegabili usando solamente il raziocinio. Una sensazione interiore però mi dice che un collegamento c’è. Che quel vissuto mi stà condizionando inconsciamente anche oggi. Che quel vissuto condiziona la fiducia che ripongo verso gli altri, condiziona i rapporti che ho con loro, come mi pongo nei loro confronti, in ogni momento.

I giorni scorsi riflettevo sulle mie paure, sul come fare ad essere veramente libero, ecco la risposta che è arrivata.

La mia paura principale è quella dell’aggressione da parte degli altri, che mi porta sempre a stare sulla difensiva e a non permettere all’Amore di fluire. Ed è questa paura che permette a queste aggressioni di avvenire in me.

Questo incontro mi ha riportato alla mia paura, mi ha fatto incontrare il mio demone interiore. Ma non era la donna che era minacciosa verso i miei confronti. Tutto si era creato nella mia mente che aveva recuperato quella memoria che nega la fiducia verso l’altro, e questo è assolutamente deleterio. Questo è quello che mi fa vivere con il freno a mano tirato. Ed ora so che questa fiducia, questa fede, è quella che può portare a vivere nella pace, che può aprire la strada all’Amore.

Riprendo il cammino, nel boschetto la mia paura mi ha sorpassato nuovamente avviandosi verso la strada statale.

Poco dopo giunge il momento di lasciare la Navarra per entrare nella regione de La Rioja, famosa per il vino, con il suo capoluogo Logroño, la meta di oggi.

Aumento il passo, la periferia della città è orrenda, sorpasso nuovamente la donna con i figli e l’uomo al seguito, anche loro sono affaticati come me da questa giornata di cammino. Incontro poco dopo delle facce amiche, “I Vicentini” saranno i miei compagni di viaggio da qui alla fine della tappa.

L’ultimo tratto in compagnia è piacevole, il passo spedito nonostante il lancinante dolore ai piedi e l’asfalto piatto che non dà tregua.

Tappa obbligata per un sello sulla nostra credenziale è da Felisa, una donna, ormai anziana, che ha raccolto l’eredità della madre di donare ai pellegrini higos, agua y amor. Questo ci indica anche che siamo ormai vicini all’ingresso di Logroño e che pochi passi ci separano dalla meta.

Da qui proseguo nuovamente da solo, non vedo l’ora di incontrare la Ale, di riabbracciarla e di concludere assieme la giornata. Passo dopo passo la strada si allarga, diventa grande, a doppie corsie, piastrellata e con uno spartitraffico di arbusti nel mezzo. Costeggia il fiume, l’entrata trionfale è vicina.

Attraverso il grande ponte che segna l’ingresso alla città a lunghi passi, riaddentrandomi nelle costruzioni, nei palazzi, nel traffico, nella vita della nostra società.

Facce amiche mi salutano, mi indicano che la Ale è andata a prendere dei posti all’ostello donativo di una parrocchia lì vicino.

Si, alla fine per quanto le dico sempre che è lenta nel cammino, io sono arrivato dopo di lei..una bella lezione!

La raggiungo, ed è lì, davanti al portone, che mi sta aspettando.

Ci apre la porta una giovane hospitalera italiana. Volontaria per i pellegrini, assieme ad un’amica, per qualche settimana gestisce questo ostello. Ci porta al piano superiore e ci indica una sala con molti, comodi, materassini da stendere a terra. Alcuni pellegrini sono già disposti ordinatamente in file parallele. I letti in questa struttura sono pochi e sono stati già tutti occupati dai primi arrivati. La cena comunitaria, preparata tutti assieme e condivisa con gli ospiti, è il punto forte di questo luogo. Il costo? «Donativo» ci risponde. Ogni persona può mettere quello che vuole su una cassetta che si trova nel corridoio principale. Una offerta responsabile, sapendo che loro usano le offerte di oggi per comprare il cibo per i pellegrini che arriveranno domani.

Rimaniamo estasiati, e ci sistemiamo nel nostro giaciglio a riposare, andiamo a lavarci e stendiamo i panni nei pochi spazi ancora disponibili.

L’appuntamento è alle 18:00 per la messa e poi per preparare la cena. Così abbiamo qualche momento per visitare Logroño e ne approfittiamo.

La città è carina, il caldo si fa sentire e troviamo refrigerio in un gelato acquistato per le vie del centro. Ci sediamo su una panchia a raccontarci come è andata la giornata in solitaria. E’ sempre bello condividere le proprie esperienze con la persona che Ami.

Messa e benedizione del pellegrino, poi tutti in cucina. Ad un certo punto però qualcuno suona alla porta, vedo salire per le scale una persona conosciuta, la mia paura è nuovamente davanti a me.

Si accomodano tutti e quattro nella stanza dove dormiremo anche noi e si uniscono alla cena comunitaria. Questo è un ulteriore scossone, necessario forse per fare qualche ulteriore passo avanti nella sua conoscenza e per poter, un giorno, riuscire a liberarmene.

La cena inizia con una preghiera comune ed il ritornello di un canto, le cui note sono appese alla trave della cucina.

E’ la canzone simbolo dei pellegrini che raggiungono Santiago de Compostela attraverso il Camino Francès. Una canzone che deriva dai meandri della storia che stiamo attraversando in questi giorni.

Ultreya Ultreya et suseya, Deus adjuva nos

Los Arcos - Logroño - Ritornello Ultreia
Queste le parole, una incitazione a proseguire. Sempre più avanti, Sempre più avanti, sempre più in alto, recitano. Derivano dall’augurio che gli antichi pellegrini si scambiavano per darsi forza e coraggio. Più in alto, più avanti, con l’aiuto di Dio, arriveremo a Santiago.

La cena prosegue festosa, con noi “La Pausini”, “I Coordinati”, “I Giovani”, altre coppie di italiani che ormai stanno condividendo il cammino con noi da molti giorni. Un’atmosfera familiare, bellissima, coordinata da queste splendide persone che stanno investendo le loro vacanze per dare ospitalità a noi pellegrini. Loro a Santiago ci sono già arrivate (anche più volte), ed ora vogliono vivere il cammino attraverso i nostri passi. Delle persone straordinarie, innamorate del Camino e di quanto esso ti può dare. Felici di incontrare nuove persone, felici di mettersi a loro servizio, giorno dopo giorno, con nuovo entusiasmo.

Prima di andare a dormire ci dirigiamo in chiesa con il parroco per una preghiera. Ognuno la recita nella sua lingua: Italiano, Spagnolo, Portoghese, Giapponese, Tedesco. Da tutte le parti del mondo siamo uniti in questo momento. Le candele splendono al centro del cerchio che abbiamo formato in quella piccola e raccolta sala, vicino alla navata centrale. Ognuno porta con sè le proprie fatiche e riflessioni, le proprie gioie ed i propri dubbi. Crediamo tutti in qualcosa oltre la materia? In qualcosa che guida i nostri passi? Forse no. Ma questa preghiera ci fa sentire tutti uniti, tutti fratelli, come se fossimo un’unica realtà in movimento.

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