Logroño – Najera – el pelegrino pasante

19/08/2015

Il sole filtra dalle finestre della camera. I visi assonnati dei pellegrini si alzano imbavagliati nei loro sacchi a pelo. L’odore di piedi e di scarpe hanno creato un microclima particolare, con una atmosfera che si può tagliare con il coltello. Ci facciamo spazio tra le nuvole maleodoranti cercando una via di uscita.

Nel disimpegno fuori della camera ricomponiamo gli zaini. Le Hospitalere sono già in piedi, in cucina, che ci stanno aspettando con i loro gradi sorrisi per la colazione.

Ci riuniamo nei tavoli, quasi nelle stesse posizioni occupate la sera prima. E’ un dispiacere lasciare questo posto così accogliente, queste persone così piacevoli e generose. Ma il cammino ci attende, ed è una forza che ci spinge nuovamente in strada, una forza troppo grande per potervi resistere.

Percorriamo le vie del centro ancora assonnati mentre la Ale mi comunica che finalmente si sente in forma, che la tappa di ieri è stata la prima in cui non ha sentito la fatica nelle gambe. Che da oggi tutto sarà diverso.

Dopo una settimana di cammino il fisico sembra essersi allenato, sembra aver smaltito la salita dei Pirenei e sembra essere pronto e pimpante ad accogliere una nuova avventura.

Dopo un infinito tratto asfaltato giungiamo in una verde oasi appena fuori città. Il parco “de La Grajera”. Le persone mattiniere stanno facendo attività all’aria aperta. C’è chi fa jogging, chi cammina, chi contempla l’atmosfera delle prime ore del giorno e gli uccelli che, in riva al grande lago, stanno facendo le loro prime nuotate in cerca della colazione.

Noi, invece, siamo alla disperata ricerca di un bagno. Il nostro corpo ha ormai un orario fisso per espletare i suoi bisogni e l’aria umida di questa mattina non ha fatto altro che accelerare questo processo. Ma qui è tutto abitato, costruito, curato, non è come essere immersi nei pascoli del Pais Vasco. Cerchiamo invano un luogo o un bar aperto fino a quando intravediamo, come se fosse un miraggio, il bagno aperto di un locale che deve ancora alzare le sue serrande. Entriamo. Una vera e propria liberazione. Il paesaggio muta immediatamente appena torniamo all’aria aperta. I nostri occhi ora possono gustare le bellezze del parco che si risveglia senza fretta.

La strada segue costeggiando il lago, gli alberi ordinatamente disposti, non è la natura a cui siamo abituati, ma un polmone verde, dall’uomo costruito, per trovare refrigerio dalla calura della città.

Dei pellegrini in lontananza attirano la nostra attenzione. Si sono fermati a semicerchio, tutti nello stesso luogo. Avvicinandoci incuriositi scorgiamo un cartellone disposto sopra ad una casetta in legno.

Ermita del Peregrino Pasante

Marcelino Lobato Castrillo

Al di sotto una lunga barba bianca fa da contorno al viso felice di un uomo che firma e timbra credenziali ai pellegrini.

Logroño - Najera - Marcelino el pelegrino pasanteCi avviciniamo per conoscere la sua storia e comprendiamo quanto importante sia stato passare per questo luogo in questo momento.

Lui è la traccia storica di questo Camino. Lo ha percorso molte volte macinando migliaia di chilometri lungo tutte le strade che portano a Santiago. Lo percorre come lo percorrevano i pellegrini medievali: abiti tradizionali, un cane ed un asinello al seguito. E’ stato lui, assieme ad altre tre persone, ad inventare la “freccia gialla”, moderno simbolo della rotta Giacobea. Ad imprimerla nelle strade per la prima volta. Da quell’anno il Camino si è radicalmente trasformato ed ha raggiunto una popolarità forse impensabile all’epoca. Migliaia di persone attraversano le sue vie giorno dopo giorno, tutto grazie a sogno di quei tre fondatori di riportarlo alla memoria delle genti.

Giunge anche il nostro turno per il timbro e nella nostra credenziale appare una frase.

Escucha el silencio del Camino

Il silenzio, grande compagno di questa via, grande amico e sostegno. Un silenzio pieno di suoni, rumori, esperienze. Affina la mente e la calma, passo dopo passo, facendoti entrare in relazione con tutto ciò che è attorno a te. E’ un silenzio trasformatore, difficile da trovare durante la vita quotidiana. Un silenzio che ti apre a nuove prospettive, che molti mistici di ogni tempo hanno ricercato, alcuni trovato, altri perduto.

Marcelino, con il suo cane e il suo asinello ha reso esplicito questo concetto, ha dato un nome, una parola, una identità a quello che abbiamo vissuto in questi primi giorni del Camino Francès. In questo inizio del nostro pellegrinare.

Appena fuori dal parco troviamo anche la sua auto, rigorosamente marchiata con il suo logo. Questo cammino per lui è anche il mezzo di sostentamento per la vita.

Logroño - Najera - San Juan de AcreLa strada prosegue ai bordi della tangenziale, raccogliamo le more nei cespugli e le mangiamo giungendo, mora dopo mora, alle rovine dell’Hospital de San Juan de Acre, antico luogo di sosta dei pellegrini, e luogo che rappresentava il confine medievale tra i possedimenti Cristiani e Musulmani in Spagna. Qui incontriamo “I Vicentini” che ci fanno compagnia fino alla seguente cittadina, Navarrete.

Una leggenda, tramandata nel nostro luogo d’origine da generazioni, dice che per farsi comprendere da uno spagnolo basta parlare in dialetto veneto ed aggiungere una s finale alle parole. Noi non ci credevamo ma, entrando nella porta del bar del paese, dobbiamo cambiare idea.

«Un coeazion, por favor.», questa strana esclamazione quasi familiare. Uno dei “Vicentini” si sta rivolgendo alla barista del locale. In dialetto veneto, e con una parolina di spagnolo, ottiene l’oggetto del suo desiderio. La colazione con succo, tortilla de patata e caffè.

Rimaniamo seduti nei tavolini esterni per una mezz’oretta, a goderci il sole che inizia a scaldare l’aria. Ci aspetta un lungo tratto disabitato prima della meta di oggi, prima di raggiungere la cittadina di Najera, luogo prescelto per trascorrere l’ultima notte di questo nostro primo tratto di cammino.

Acquistiamo alcune provviste, zaini in spalla e si parte.

La strada si immerge lentamente nella campagna, nelle vigne, distese a perdita d’occhio tutto attorno a noi.

Il clima è secco e caldo, cerchiamo di ripararci negli anfratti d’ombra dei piccoli arbusti per riprendere fiato. Il livello dell’acqua nelle borracce scende in modo sempre più evidente.

Logroño - Najera - Doppio zainoAd un certo punto il crollo. La Ale non riesce più a proseguire. La salita è dura, inaspettata, le gambe cedono ed il fiato inizia a mancare. Siamo però in mezzo al nulla, con il sole a picco, dobbiamo assolutamente proseguire.

Mi carico il suo zaino sulle spalle, creando un sistema di contrappesi nel corpo tra parte anteriore e parte posteriore e ci avviamo verso l’apice della collina.

Il paesaggio che si apre davanti a noi è magnifico, il sole alto nel cielo, la terra arida e pietrosa, le distese di uva quasi matura e le nuvole che, come grandi navi da crociera, ci sorpassano velocemente. Altri due italiani sono nella nostra stessa situazione. Lui sta portando lo zaino della compagna di viaggio esausta. Ma oltre la cima, in lontananza, sbuca il perimetro cementato della cittadina di Najera. Questa visione ci dà nuovo spirito e nuova forza. Possiamo farcela.

Ci gettiamo in discesa percorrendo il tracciato in grandi curve per ridurne la pendenza. Ogni tanto una piccola sosta per riposare le spalle ripartendo poi più veloci di prima. Arriva finalmente la parte piana e, trionfanti per l’impresa, ci areniamo esausti al primo bar della periferia. Una bella birra è quello che ci vuole dopo una fatica del genere, a farci compagnia ci sono “I Coordinati”, ormai affezionati compagni d’avventura.

La Ale riprende il suo zaino e andiamo alla ricerca dell’ostello. Non immaginavamo che Najera fosse così grande e il luogo del riposo ancora così lontano.

Attraversiamo tutta la città, i palazzoni alti costeggiano la carreggiata principale. Sancho III sembra essere l’eroe del paese. Ovunque palazzi, statue, piazze, librerie che portano il suo nome.

Al di là del fiume, oltre la sua riva, oltre le costruzioni che compongono il centro di Najera, ecco il complesso che gestisce l’accoglienza dei pellegrini. Entriamo.

I letti in legno ispirano poca fiducia, le docce sono come delle scatole di plastica che sembrano piegarsi sotto al nostro peso. La piccola cucina è affollata. In un angolo una chitarra classica abbandonata, disponibile per chi volesse improvvisare qualche canzone.

Non è di certo il paradiso di ieri notte (anche se viene gestito dalla stessa associazione ed è anch’esso donativo), ma per oggi dobbiamo fermarci qui. 

Ci rifiutiamo di visitare la città, il tratto per arrivare all’ostello ci è bastato, siamo forse troppo affezionati alla natura, allo stare in mezzo al verde, per ritornare in quel forno di cemento.

Una attrattiva per il pomeriggio è la piscina del comune. Alcune indiscrezioni ci dicono che i pellegrini possono entrarvi ad un prezzo scontato. Prendiamo i costumi e ci avviamo, trascinando i piedi uno dopo l’altro senza sapere la direzione da seguire. Il risultato è l’aggiunta di un altro paio di chilometri alle nostre gambe, con la sola speranza di immergersi nella piscina che, ovviamente, oggi è chiusa.

Ritornati dalla nostra ricerca la serata si riempie di divertimento, cuciniamo tutti assieme nel piccolo locale adibito appositamente. Un altra immensa tavolata italiana tra le mura di questo luogo per dare un primo addio ai nostri compagni di viaggio, fulminei incontri nella nostra vita, che da domani non rivedremo più.

La chitarra suona canzoni all’aria aperta, canzoni di amori perduti, di allegria, di pace e di festa. Il suo suono soave riempie di allegria la notte e fa dimenticare la tristezza dell’addio.

Con la Ale cantiamo la “Ninna Nanna” prima di andare a dormire. Ci siamo affezionati ai loro visi, alle loro voci. Abbiamo condiviso molto, ci hanno fatto riscoprire la gioia dello stare assieme, dell’essere aperti all’altro senza pregiudizi nè aspettative. Ognuno ha provveduto a far riapparire in noi ricordi lontani, sensazioni ed emozioni che erano sotterrate sotto le paure e le insicurezze. Non li vediamo più come degli estranei, ma come dei fratelli di marcia, che ci hanno accompagnato in un pezzo di quel cammino che è la vita.

 

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