Hornillo del Camino – Castrojeriz – l’istante del perdono

04/08/2016

La sveglia suona puntuale alle ore 4:00 della mattina. Usciamo furtivi dalla porta principale che è ancora semi aperta dalla sera prima. Le panchine appena al di fuori dell’albergue ci offrono un valido appoggio per riordinare le nostre cose. Siamo i primi. Siamo gli unici svegli in questo istante. Attendiamo qualche minuto “Barcelona” e le “Sentinelle del mattino” ma invano, probabilmente hanno deciso di ritardare la loro partenza e non verranno con noi oggi.

La luce fioca dei lampioni illumina la piccola stradina di Hornillos del Camino che conduce fuori dal paese. In pochi passi ci troviamo nel bel mezzo del buio più totale. Scrutiamo ad ogni bivio le rocce, i pali, i segnali stradali alla ricerca di una freccia che ci possa dare conferma di dove andare.

I passi sono stentati, insicuri. Viaggiare senza vedere, senza poter usare la vista, fa nascere dei timori ancestrali dentro ai nostri corpi. La paura dell’aggressione, di sbagliare strada, di trovarci al sorgere del sole lontani dalla giusta via. Questi sono i rischi dell’oscura notte che stiamo affrontando.

Alziamo gli occhi, il cielo splende di infinita bellezza fatta di punti luminosi, costellazioni, figure animali e mitologiche che gli uomini da sempre scrutano con ammirazione. All’orizzonte buio, vicino a noi buio, in cielo la luce delle stelle che ci guida.

E’ come percorrere la via lattea in questa notte. Camminare da stella a stella, balzo dopo balzo, sperimentando in prima persona un briciolo di quello che, mille anni fa, i pellegrini medievali erano chiamati a vivere. Di giorno ci guida il sole, di notte la via è segnata da quella moltitudine di luce che brilla in un unico fascio e che sembra dirigersi, assieme a noi, verso il campo delle stelle, verso Santiago de Compostela.

Procediamo in silenzio ascoltando tutto quello che ci circonda. La notte è tutt’altro che morta, tutt’altro che silenziosa. Pullula di movimenti striscianti, di veloci fughe tra le spighe di grano, di fruscii del vento, di oscurità e di introspezione. La notte ti fa volgere lo sguardo nel profondo di te stesso. Ti fa scavare all’interno della tua anima, della tua vita. Porta a galla pensieri e situazioni che sono ormai passati, sepolti tra la miriade di informazioni che ogni giorno il cervello è chiamato ad elaborare. Sepolti perchè tu stesso hai voluto dimenticarli, hai voluto abbandonarli in quanto fonte di sofferenza. Rivivi così i bivi che hai intrapreso, le strade che hai percorso, rivedi tutta la tua vita. La scuola, la famiglia, l’università e il lavoro, le amicizie perse e quelle ritrovate, gli amori sepolti e quelli ancora vivi. Fai un bilancio, capisci quanto stupidi a volte possono essere gli uomini, puoi essere tu stesso. Capisci quanto le paure possano influenzare gli istanti della tua esistenza.

Hornillo del Camino - Castrojeriz - bagliore nella notteUn bagliore riempie il cielo, poi un altro ed un altro ancora. All’orizzonte appaiono delle luci rosse lampeggianti. Avvisaglie nell’oscurità.

Sembra di essere immersi in uno scenario post-apocalittico. In un mondo distrutto da qualche disastro nucleare, in cui alcuni avamposti combattono ogni giorno tra di loro per la sopravvivenza.

Sembra di dirigersi verso la terra di Mordor, verso l’inferno, verso l’oscurità, verso tutto ciò che il male rappresenta.

Ma un tenue bagliore inizia ad alzarsi alle nostre spalle e ad illuminare il cielo ancora carico di stelle. La temperatura scende improvvisamente, ci fermiamo per vestirci nei pressi di una serie di croci di legno. Le pietre accatastate una sull’altra a formare un cumulo alto mezzo metro, al centro la figura simbolo della cristianità. Aggiungiamo il nostro sasso al mucchio consegnando a Dio le nostre preghiere. Mangiamo qualcosa per riprenderci e ci stringiamo intonando un canto di ringraziamento per tutto quello di cui siamo ora testimoni.

L’alba nel deserto è meravigliosa. I colori cambiano, tramutano l’oscurità in una immensità di sfumature prima, e di colori poi. Trasforma il nero della notte, in blu, rosso, giallo e poi azzurro, denso di colore, profondo come il cielo.

Il nostro canto prosegue ininterrotto. Il paesaggio che ci avvolge assume forme, prende consistenza, svela tutti i misteri di questa terra. Rocce, topolini di campagna, campi di grano, incroci, strade sterrate e per ultime, in lontananza, le pale eoliche che ancora emettono i loro bagliori, per avvisare i piloti degli aerei di stare alla larga, di non finire dentro alle loro lame rotanti.

Una voce d’improvviso sorge in me. «Perdonati», ripete, «Perdonati per tutto quello che hai fatto e che non avresti voluto. Noi siamo i giudici più severi per noi stessi.».

Mi inginocchio singhiozzando nelle pietruzze della strada deserta, lo zaino ancora sulle spalle, lascio avanzare di qualche passo la Ale. Guardo attorno a me la vita che, seppure nella difficoltà della siccità, si risveglia anche oggi. Rido guardando il cielo, scorgendo l’ultima stella che saluta la notte e sussurro al mondo e a me stesso: «Mi Perdono, Io mi Perdono!». Il sussurro diventa voce, la voce diventa grido, il grido risata. E’ come se un peso si fosse scaricato dalle mie spalle, le braccia sono aperte. E’ come se l’aria entrasse per la prima volta nei miei polmoni. Un’aria leggera, semplice, pura, libera. Libera perchè piena d’Amore.

La Ale mi guarda con un mezzo sorriso tra le labbra mentre mi alzo in piedi e ruoto di 360 gradi attorno a me. Ho sentito la necessità di perdonare tutte le mancanze di questi anni, tutto quello che io ho fatto di sbagliato, tutto quello che gli altri hanno fatto di male a me pur senza volerlo. Non è il “mettere una pietra sopra”, che è seppellire una cosa che però comunque ti continui a portare a presso, ma è liberarsi di qualcosa di vecchio per aprirsi alla novità, al futuro, con gioia.

Una profonda pace mi pervade, una pace integra, una pace che deriva dal perdono.

Sembra quasi di camminare tra le nuvole, nulla mi tange, la gioia che porto dentro è enorme, inestimabile, il tesoro più grande che si possa desiderare.

Una sagoma umana si staglia poco dopo all’orizzonte. Intravediamo lo zaino appeso alla figura slanciata. «Guarda, un pellegrino che torna da Santiago», dico alla Ale. Non è la prima volta che ci capita di vedere qualcuno che percorre la nostra stessa strada nel verso opposto. Giunti alla meta qualche persona vuole ritornare alla propria dimora con le sue gambe ripercorrendo tutta la strada nel senso opposto di marcia. Il ragazzo si avvicina ed il suo contorno diventa sempre più definito. La pelle bianca, gli occhi di ghiaccio, i capelli biondi tendenti al rosso, il pizzetto lungo, il passo veloce, quasi irritato. Il suo sguardo è perso nel vuoto, privo di qualsiasi espressione, come se fosse indemoniato, rabbioso, insanguinato. Come se quel corpo fosse posseduto da quella “legione” di demoni scacciati da Gesù e finiti giù nel precipizio assieme ad un branco di porci.

Nell’attimo in cui ci incrociamo, tutto questo si figura nella nostra mente. «Fxxx Oxx!», si rivolge a noi con la sua voce roca mangiata dalla rabbia. «Hola! Buen Camino!» gli rispondiamo con un po’ di ingenuità e, soprattutto, non avendo capito nulla di quello che stava farfugliando. «Fuck Off!» ci ripete scandendo meglio le singole lettere, e in quel momento esce dal nostro raggio visivo.

Proseguiamo increduli per qualche passo, poi ci voltiamo e lo vediamo sparire dietro ai sconfinati campi di grano. «Era veramente indemoniato!», ci diciamo a voce alta, «per fortuna che non era aggressivo se non verbalmente.».

Hornillo del Camino - Castrojeriz - HontanasLa gioia in noi però è troppo grande, l’Amore per il creato e per quanto stiamo attraversando, per la bellezza di questi luoghi ci fa presto tornare a cantare e saltellare per la strada che si avvia a scendere fino a raggiungere il paesino di Hontanas, anche lui immerso nella polvere del deserto.

Assetati ci abbeveriamo alla fontana inserita all’interno di un’area di sosta subito prima dell’ingresso del paese. Recitiamo una preghiera, sedendoci qualche istante all’interno del piccolo santuario lì presente. L’acqua è vita, soprattutto nel mezzo del deserto, e ringraziamo per questo.

Le pietre antiche, incastonate in muretti a secco, costeggiano la strada che dai campi conduce lungo la calle real. Una bella colazione è proprio quello che ci vuole in questo momento.

Incontriamo la donna che ieri pomeriggio stava russando gioiosamente a fianco dei nostri letti. Le chiediamo se anche lei ha visto il giovane “Vichingo” percorrere il cammino al contrario. Ci risponde affermativamente, lei come insulto si è presa della turista.

Il cammino segue semi pianeggiante, costeggiando una piccola collina. Un uomo ed il suo cane, entrambi pellegrini ci sorpassano. Lui ha un fisico atletico ma il suo sguardo è triste e malinconico. Lo avevo osservato ieri sera con quanta dedizione e cura aveva preparato degli spaghetti in bianco e li aveva portati, appoggiandoli in una ciotola di alluminio, al suo inseparabile amico. Sono in simbiosi i due, il cane avanza fino a dove il suo padrone rimane nel suo campo visivo, poi, ritorna di corsa da lui, quasi a dirgli: su forza sei lento, aumenta il passo. Anche l’uomo non perde mai di vista il suo fedele amico, che a volte si perde a giocare saltando tra le spighe di grano alte e taglienti ai margini dello stretto sentiero. Quando vede che il suo cane sta per rimanere attardato fa un fischio ed ecco la bestiola fermarsi, guardarsi attorno, sfrecciare e raggiungerlo. In questo moto, con questa andatura, i due volano via, veloci come il vento, e li perdiamo presto di vista.

La Ale è sempre più stanca ed affaticata, non riesce ad ingranare in questi giorni. In più il cavo popliteo si è gonfiato, probabilmente una puntura di qualche strano insetto, presa ieri nel tratto periferico della città di Burgos.

Hornillo del Camino - Castrojeriz - Monasterio de San AntònAll’altezza delle rovine del monastero di Sant’Antonio mi cede il suo zaino che a fatica stava trascinando. Manca poco alla cittadina di Castrojeriz, lì forse troveremo una farmacia per alleviare i suoi dolori.

Ma per oggi le sorprese non sono finite, una incantevole visione appare ai nostri occhi. Un uomo in bicicletta pedala con un’eleganza senza paragoni. Mettendo la perfezione in ogni singolo gesto, in ogni singola spinta del pedale per dare forza alle ruote. Uno strano copricapo ed un vestito che sembra fatto di paglia lo avvolgono. Non è eccentrico, sembra provenire da un altro mondo. E’ forse una breccia nello spazio-tempo? E’ forse una visione?

Poco dopo lo vediamo che ci sorpassa nuovamente proseguendo verso la città. Il cestino anteriore pieno di verdura, quello posteriore pieno di tanti mucchi di lavanda. Rimaniamo incantati.

Castrojeriz si sviluppa ai margini di un antico castello che torreggia la valle in cima ad una collina. Come una lunga lingua avvolge il lato sud del pendio da est verso ovest. Tiriamo un sospiro di sollievo quando varchiamo il cartello che segna l’ingresso, ma percorriamo altri due chilometri prima di giungere nella piazza principale, centro del paese.

La Ale è allo stremo delle forze, corriamo in farmacia ma, non convinti di quanto ci dicono in merito allo stato della sua gamba, ci mettiamo in attesa presso la clinica del paese. La dottoressa non c’è ancora, ma la cosa divertente è che nessuno sa quando arriverà.

Nella stanza troviamo “Schizz”, fermo in questo paese da ieri sera e bloccato da una tendinite che non lo fa muovere. Sono le 10:30 della mattina.

I minuti scorrono lentamente. Le lancette dell’orologio sembrano immobili mentre la coda dei pazienti aumenta sempre di più. Infastidito da questa attesa esco dalla stanza e trovo un posto nella piazza dove poter riposare. Riprendo a leggere il libro, compagno del mio viaggio, contestualizzando quanto stava accadendo ai due protagonisti proprio nel mezzo delle mesetas.

La speranza di raggiungere l’Ermita de San Nicolás, pernottare nella chiesa ristrutturata a lume di candela, dormire a fianco dei cavalieri di Malta, tutto svanisce piano piano.

La campana suona i dodici rintocchi di mezzo giorno e rientro nella clinica del dottore. E’ arrivato, tra poco riceverà anche la Ale.

Finalmente giunge il suo turno e sono minuti interminabili quelli della sua visita, in attesa del verdetto, in attesa di sapere se possiamo o meno proseguire.

La diagnosi? Puntura di insetto, pomata al cortisone, un principio di tendinite ai piedi. Corriamo in farmacia con la ricetta, abbiamo ancora pochi minuti prima che chiuda e poi torniamo nella piazza del paese per medicare le ferite e pranzare. Ma, come se non bastasse, un mal di testa improvviso prende la Ale, la sua fronte scotta, la febbre sta salendo, si distende qualche istante in una panchina ombreggiata. Per oggi non è saggio proseguire e così il mio sogno si disperde definitivamente nel vento.

Saliamo le scalinate che portano all’ostello municipale, donativo, l’unico aperto in questo momento. “Schizz” ci aveva consigliato di andare nell’altro che apre però alle 16:00 e dove lui alloggia. «Sapete», ci ha detto con aria piena di orgoglio, «E’ un ostello donativo. Ho capito ieri sera cosa significa: si può dormire e mangiare quello che c’è nella loro cucina con solo un’offerta. Non è fantastico? I ragazzi che lo gestiscono, inoltre, la sera suonano la chitarra nel giardino. Io sono lì da ieri notte, penso che gli lascerò anche 4€ di offerta, è un ambiente troppo bello». In quel momento ci eravamo guardati annuendo, sorridendo dentro di noi in modo un po’ sarcastico. Se tutti dessero 2€ a notte questi ostelli non durerebbero più di una settimana.

Un anziano uomo dalla lunga barba bianca, l’aspetto montanaro, esile nella sua maglietta blu senza maniche ci accoglie all’ingresso e ci spiega la disposizione dei vari ambienti. Parla uno spagnolo un po’ dialettale, mangiandosi alcune parole mentre le pronuncia. La comprensione non è proprio delle più facili. I suoi occhi però sono dolci, pieni di vita vissuta lungo il cammino, pieni di storie che ora vuole condividere con i pellegrini di oggi. Molte persone, dopo essere giunte a Santiago, si dedicano come volontari per permettere ad altri di giungere alla stessa meta e si operano per mantenere aperti e accessibili i vari albergue sparsi lungo la via. Lui è uno di questi.

Appoggiamo gli zaini a terra, lateralmente alla postazione a noi assegnata ai bordi della grande camerata climatizzata. La Ale pone un piede nella sedia laterale ed in un balzo si arrampica nel letto a castello ritrovandosi distesa, sopra ai due materassi uniti. Mentre lei riposa lavo i vestiti e lavo anche me stesso. L’acqua scorre sulla mia pelle lavando via anche un po’ della tensione dovuta alle disavventure che la Ale sta vivendo.

Fortunatamente la febbre è dovuta solamente alla stanchezza, già al primo risveglio si sente un po’ meglio. Mi racconta che, nelle ore in attesa al centro di medicina, “Schizz” le aveva parlato di un luogo speciale. Un luogo magico, donativo anch’esso, gestito dall’uomo dai movimenti soavi che pedalava lungo la strada, quello che avevamo incontrato la mattina. Questo luogo si chiama “Il Tempio del Silenzio”.

Una nuova speranza si accende in me, questo posto mi attira, forse questo pomeriggio non sarà del tutto vano, forse il silenzio è un tempio che, ora, è giunto il momento di scoprire.

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