Estella – Los Arcos – la festa del paese

17/08/2015

Riempiamo lo zaino con i nuovi spunti di vita raccolti ieri sera. Stanno ancora macinando nelle nostre menti mentre usciamo in silenzio per le vie di Estella.

Il buongiorno oggi ci viene dato dalla grande area industriale che circonda questa città. Il sole esce dalle nubi regalandoci un meraviglioso spettacolo. Anche le cose più brutte, orribili, disgustose, con la luce del sole al mattino hanno un che di fantastico e magico.

La prima attrazione che ci attende nella strada di oggi dovrebbe essere la fonte del vino ad Irache, pochi chilometri dopo la nostra partenza. Sembra un luogo leggendario avvolto nel mistero, una fontana a cui tutti possono attingere e bere il tipico vino della zona. A darci notizia di questo la coppia dei “giovani”, due amici italiani che stanno percorrendo assieme il cammino.

Hanno in loro il vigore e la voglia di fare festa dei ventenni, con un pizzico di spavalderia e ingenuità. Sicuramente con loro il divertimento è assicurato. Ma sono increduli riguardo a quello che hanno letto nella guida, fino a quando giungono le 7:53.

Un cartello recita:

Peregrino!

Si quieres llegar a Santiago con fuerza e vitalidad,

de este gran vino echa un trago y brinda por la Felicidad.

La fonte esiste veramente. Estella - Los Arcos - Fuente del vino IracheE cosa possiamo fare se non brindare? Con noi ci sono i “giovani” ed un’altra coppia di ragazzi. Le borracce si riempiono e si alzano per il brindisi a questa giornata di cammino.

Condividiamo le provviste che abbiamo per il viaggio. Non mi era mai capitato di fare aperitivo a quest’ora! Partecipa al brindisi anche la Ale – notoriamente disgustatrice di vini – utilizzando la conchiglia appesa allo zaino come bicchiere. Ecco qui la nostra prima colazione di oggi!

Estella - Los Arcos - Pellegrini alla fonte del vino di irache Immaginavamo fosse una tradizione storica, una tipicità ed una accoglienza risalente ad altri tempi. Invece no, non è altro che una trovata pubblicitaria di questa azienda vinicola. Addirittura è presente una webcam, per trasmettere in diretta streaming le immagini dei pellegrini che, con avidità, attingono alla fonte.

Riprendiamo la strada con passo instabile e ondeggiante. Il vino ci ha dato un po’ di “spirito”, le risate si susseguono e l’euforia dilaga mentre proseguiamo a zig-zag.

Passiamo oltre all’antico monastero di Irache, luogo di ospitalità per pellegrini per eccellenza, con le sue grandi e maestose mura. Poi un bivio. Dobbiamo scegliere tra una strada che scollina oltre la montagna che si erge di fronte a noi, ed una che la aggira.

Chiediamo agli abitanti del luogo qualche notizia e decidiamo di aggirare l’ostacolo. Sembra che quello sia il Camino storicamente riconosciuto come la via ufficiale percorsa dai pellegrini, e noi vogliamo ricalcare i loro passi il più possibile.

Passiamo Azqueta, le colline ci circondano, il cielo si copre di nubi di infinite sfumature ed il vento sostiene i nostri passi. Tutta questa zona è famosa per i vigneti. Piccole basse piantine ci accompagnano. Come cespugli, sparsi regolarmente in questa terra arida, si perdono all’orizzonte. Un tronco grosso e legnoso le sostiene, avvolto in rigogliose foglie verdi che fanno capolino come a proteggerlo dal sole.

Sulla destra scorgiamo una piccola costruzione, un’antica fonte medievale. Una vasca, scavata nel sottosuolo, con alcuni gradini costruiti per scendere verso l’acqua. Il bene più prezioso per l’umanità.

Mi siedo sui suoi bordi a riposare, a riflettere, a trarre ispirazione da questo momento, a cercare dentro di me delle risposte. Mi concedo del tempo per continuare a leggere e sperimentare le impressioni di Coelho lungo il suo cammino ma, soprattutto, mi concedo del tempo per osservare quest’acqua, il mio zaino e quanto stiamo vivendo.

Mi giunge alla mente una delle mie paure più grandi. La paura di non essere libero, di essere raggirato e manipolato. Potrei cambiare tutto, si, ma allo stesso tempo il timore di lasciare il mio ruolo, le mie maschere, in favore di un fluire più vero dell’esistenza è sempre presente. Un continuo conflitto interiore che va avanti ormai da molti anni.

Qui, nel Camino, faccio esperienza di come il bello della vita sia in questi piccoli momenti. Nello stare seduti ad ammirare un paesaggio. Nel non attaccarsi alle cose fino ad esserne posseduti. Nel camminare senza preoccuparsi di cosa accadrà domani o tra dieci minuti. Nel tenere nello zaino tutto il necessario per vivere. Portarlo in spalla, giorno dopo giorno, perchè il tuo zaino è la tua casa. Il tuo zaino contiene tutta la tua essenza.

A Villamayor facciamo rifornimenti. Questa sarà l’ultima sosta prima del paese di Los Arcos, il nostro obiettivo di oggi.

Vasti campi di grano appena tagliato si aprono davanti a noi. A piccoli passi ci addentriamo sempre di più nel colore giallo acceso di questa distesa variopinta. Il terreno è sabbioso, il sole a picco sopra le nostre teste.

Ma lo spettacolo vale la pena di essere vissuto.

Ci fermiamo a pranzare con le riserve che abbiamo portato, distendendoci a peso morto a terra.

“I Coordinati” si fermano a scambiare qualche parola mentre prepariamo i panini, ma ben presto proseguono. Il nulla desertico è tutto attorno a noi.

Estella - Los Arcos - vignetiProseguiamo. Campi di grano si alternano a vigneti ma il sole picchia, dall’alto dei cieli, giusto verso le nostre teste. Un piccolo assaggio delle Mesetas spagnole.

Nel momento più difficile scorgiamo un’altra coppia in lontananza. “I Pinchos”!!!

Il volto della Ale si riempie di terrore, ma oggi sono i nostri salvatori.

Chiacchieriamo e ci conosciamo meglio, scopriamo che lavorano in una nave da crociera, lì si sono conosciuti e lì si continuano a frequentare.

Sei mesi di viaggio in mare e un paio di vacanza a terra, tutto sommato nemmeno una brutta vita. Perchè in cammino? Per conoscersi meglio.

Sono molto simpatici e, grazie a loro, il ritmo ritorna ad essere sostenuto.

Le difficoltà di camminare soli è proprio questa. Quando le gambe non ce la fanno più, la fatica ed il dolore si intensificano ad ogni passo e la mente viene messa a dura prova.

Quando arriva qualcuno che ti fa distrarre dalla fatica del cammino, ritrovi la forza e l’energia per proseguire.

In un batter d’occhio percorriamo gli 8km rimanenti, siamo giunti finalmente nella strada piastrellata dell’ingresso di Los Arcos.

Ci sediamo a terra trionfanti. “I Pinchos” si dirigono subito verso l’hostal – si sta facendo tardi – mentre noi rimaniamo qualche istante a parlare con un’altra vecchia conoscenza, che ritroviamo avvolta in supporti per le ginocchia. “Swimmerina”, dopo Zubiri avevamo perso le sue tracce ma siamo felici di ritrovarla in questa tappa.

Forse però è il caso di trovare un alloggio, e così ci dirigiamo anche noi verso l’hostal municipal.

Los Arcos è molto carina, storica, pulita, con quelle costruzioni antiche ben tenute tipiche di una cittadina al passo con i tempi.

Delle mura circondano gli accessi alla città, notiamo però delle strane strutture in legno di cui non comprendiamo la funzione.

Ci incolonniamo presso l’accettazione dell’ostello, gestito da una coppia danese di volontari, inconsapevoli che uno dopo l’altro i posti si stanno esaurendo.

Come una clessidra che si svuota, granellino dopo granellino, i letti si occupano di pellegrini. Arriva il nostro turno che solo due granelli sono ancora sospesi nel bulbo superiore e stanno per cadere.

Eccoci…siamo dentro! E perfino in una camerata da 3 persone. Quando si dice, che gli ultimi saranno i primi.

Nostro compagno di stanza un giovane ragazzo affetto da tendinite, arrabbiatissimo, è fermo da tre giorni e non può proseguire. Aveva in programma di arrivare a Santiago in metà del tempo necessario ad un umano. Si era allenato duramente per mesi, portando pietre su e giù per le montagne, preparando il suo fisico alla grande avventura.

Il primo giorno di cammino aveva fatto lo stesso tragitto che noi avevamo impiegato due giorni per fare, 50km. Il secondo giorno uguale. Al terzo però il suo corpo ha detto basta!

Lungo questa via la cosa più importante è imparare ad ascoltarsi. Quanto spesso nella vita di tutti i giorni non lo facciamo? Quanto spesso ci spingiamo oltre i limiti fisici del nostro corpo? E per cosa? Per poi trovarci ammalati a casa? Per poi lamentarci che siamo stressati e che non abbiamo il tempo di goderci quello che stiamo facendo?

Il Camino insegna un nuovo ritmo. Un ritmo in armonia con le leggi della natura. Un ritmo che i nostri avi conoscevano bene ma che noi, oggi, abbiamo dimenticato.

“Veloce, più veloce”, l’emblema della nostra società. Costruisci, produci, non fermarti. Perchè chi si ferma è perduto.

Qui, invece, le leggi a cui siamo abituati si ribaltano. Qui, chi non si ferma, chi non si ascolta è perduto. Presto o tardi il corpo ti presenta il suo conto. E se non gli porti rispetto può essere molto salato.

Alle 17:00 fuori dall’hostal. Ci diamo appuntamento con “DR”, “La Pausini”, “I Giovani”, “I Vicentini”, “I Coordinati” ed altri italiani. Oggi è festa grande nel paese. Corse di tori e corride per dilettanti sono l’attrazione principale.

Puntuali ci avviamo all’ingresso della piazza principale. Le strane strutture in legno ora stanno bloccando le porte della città, sono delle protezioni. Perchè? I tori sono stati liberati all’interno del complesso cittadino, punzecchiati dagli abitanti, e fatti correre per le vie del centro.

Estella - Los Arcos - la corridaCi sono i vecchi pieni di esperienza che li frustano cogliendoli di sorpresa, i giovani diciottenni che con la loro vivacità festeggiano in questo modo il loro ingresso in società. Ci sono poi i pellegrini, alcuni più pazzi di altri, che in infradito corrono in mezzo alla piazza in cerca di schivare qualche incornata. La cosa più epica viene tentata dal ragazzo appartenente alla coppia dei “Pinchos” che si mette a giocare con il diablo.

C’è gente sparsa ovunque. C’è chi è appeso nella parte più alta della fontana nel cuore della piazza. Chi è barricato dietro al terrazzo di casa. Chi si protegge dietro il chiostro della chiesa. Ovunque festa e voglia di divertirsi.

Un po’ di tristezza però negli occhi dei tori c’è. Sono lì, esausti, che corrono, scivolano, si accasciano a terra privi di forza, mentre l’uomo li sbeffeggia senza rispetto.

Sono come in trappola, immersi in un gioco a cui non vogliono giocare ma in cui sono costretti dalle circostanze a recitare la loro parte. E se poi qualcuno si fa male ovviamente il toro viene abbattuto perchè aggressivo.

Il tutto si conclude nell’arena allestita appositamente fuori dalle mura cittadine. Gremita da migliaia di persone che applaudono e ridono perchè, anche quest’anno, la festa in onore del loro patrono ha avuto successo.

La nostra festa continua nella piazza principale, dove requisiamo un intero locale. Uno dopo l’altro i tavoli si aggiungono creando una fila che occupa tutta la superfice disponibile. Il vino scorre in tavola a fiumi, compreso nel menù del pellegrino che ci apprestiamo a mangiare. Scherziamo con “La Pausini”, “DR”, “I Pinchos”, “I Vicentini” ed “I Coordinati”. Oltre all’italiano siamo immersi in un mix linguistico che va dalla Korea al Brasile, passa per la Spagna e svolta fino ai più remoti confini del mondo.

In un alternarsi senza fine tra spirito e materia questo cammino ci sta facendo scoprire parti di noi che mai avremmo immaginato potessero esistere. Ci sta facendo gustare la bellezza della solitudine e la gioia della condivisione. Ci sta facendo aprire al confronto con le altre persone senza pregiudizi o giudizi di sorta. Ci sta facendo sentire parte di un qualcosa di grande e meraviglioso, semplice ma allo stesso modo complesso. Ci sta facendo gustare un diverso ritmo di vita.

Questa però è anche la sera dei primi addii. “DR” ci lascia, domani farà un tratto più breve per centellinare i chilometri che gli rimangono da percorrere prima del suo imminente ritorno in italia. E’ stato un pezzo importante, indispensabile per la nostra esperienza. Lo salutiamo con un po’ di malinconia. Quelle sue parole resteranno per sempre impresse in noi, in attesa che possano portare frutto nella nostra vita di tutti i giorni.

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