Burgos – Hornillos del Camino – l’incontro con le sentinelle del mattino di Pasqua

03/08/2016

Si chiudono le cerniere e le clip degli zaini, i lacci delle scarpe scivolano uno sull’altro mentre la gomma delle suole aderisce al pavimento. Scoccano le 6:00, la porta dell’albergue si spalanca.

Burgos - Hornillos del Camino - Cattedrale di BurgosLe prime luci del giorno illuminano la cattedrale di Burgos, la strada scorre lenta, sfiora il castello, passa vicina a delle costruzioni disabitate prima e a palazzi infinitamente grandi che ospitano i numerosi abitanti della periferia poi. Attraversa il fiume contornato da alberi, da panchine, da freschezza, così intravediamo l’agio che avremmo potuto provare ieri se avessimo trovato la strada non ufficiale per l’ingresso in città.

Il campus universitario si estende ai suoi lati. Le facoltà si susseguono una dopo l’altra, senza sosta. Scopriamo così che Burgos è una delle città universitarie più famose del paese.

Quando il sole fa capolino dietro l’orizzonte ecco arrivare un importante bisogno fisiologico. L’aria del mattino concilia i moti intestinali e così mi trovo a contare i passi che mi separano da un po’ di campagna.

L’aria è ancora umida mentre preparo la mia posizione ai margini di un campo di grano ancora da tagliare. Mi addentro nell’erba, alta mezzo metro, che nasconde un piccolo fossato per l’irrigazione della coltivazione. Mi chino cercando un po’ di privacy dietro la siepe che confina il campo, guardando la strada e sperando che i pellegrini passanti non mi notino. Una liberazione…

Esco soddisfatto mentre sento che qualcosa mi sta pungendo. «Hola! Pink Ladies.», la Ale saluta un terzetto di ragazze tutte vestite di rosa. Con i loro minuscoli zainetti stanno camminando per la stradina proprio in quel momento. Non sembrano però capire la battuta e si allontanano con facce perplesse.

«Ma qualcosa mi sta pungendo!.» dico ad alta voce rivolgendomi alla Ale. Mi guarda con un punto interrogativo in testa ma poi capisce. Delle zanzare, una montagna di zanzare tutte intorno a me. Mi avvolgono, sono ovunque. In testa, dietro i pantaloni, pungono perfino sopra al pile che indosso.

La nuvola mi segue. Aumentiamo la marcia, e loro dietro. Corriamo ma non si staccano. Mi fermo improvvisamente e sono ancora lì, impossibile liberarsene, impossibile proseguire senza. Hanno trovato il cibo per la loro giornata e non servono a nulla i miei tentativi di allontanarle agitando come un pazzo le braccia e le mani. Mentre avanziamo il gruppo iniziale si moltiplica, trovando il supporto di altre compagne che si uniscono a loro in questo inseguimento. Poi, senza un apparente motivo, improvvisamente si dileguano.

L’aria è quasi irrespirabile, una puzza che ci fa toccare con naso cosa possano provocare gli scarti di una grande città, cosa possano provocare gli scarichi delle industrie che vi operano, cosa possa provocare una agricoltura che non tiene conto delle necessità della terra. O almeno l’impressione è questa.

Attraversiamo questa desolazione, passando sotto ad un cavalcavia in rifacimento, curvando prima a destra e poi a sinistra seguendo la direzione segnalata e sperando che ogni passo sia l’ultimo in questa condizione insalubre.

Finalmente la strada si allarga, due carreggiate più due marciapiedi. Questa è l’entrata a Tardajos. Lo sguardo cade su un chiosco pullulante di pellegrini. Ci sediamo, invadiamo il bagno, poi ordiniamo la colazione. Un po’ di relax in questo locale è proprio quello che ci vuole.

Quando ci rialziamo le gambe sono dure come pietre. A passi lenti arriviamo nei pressi della fontana del paese per fare rifornimento d’acqua. «Hola! Que tal?» ci saluta calorosamente una figura tondeggiante. E’ lì, fermo e sorridente, mangia una banana appoggiato ad una panchina e nel mentre attacca bottone con i passanti. Anche lui è un pellegrino.

Procediamo assieme per un pezzo e così conosciamo la sua storia. Il primo vero dialogo in spagnolo di quest’anno. E’ di Barcellona, ha un figlio adolescente, probabilmente è separato. Quando riesce si mette in cammino, anche solo per qualche giorno. Questo gli serve per staccare, per ripulire la mente dalla mondanità della vita della grande città. E’ qui per quattro giorni, poi tornerà a casa perchè vuole portare suo figlio in vacanza. Dove? In treno, nel nord europa. Sta attendendo però che cresca, il suo sogno è quello di percorrere questa stessa strada con lui un giorno.

E’ di una semplicità unica, con lo zainetto piccolo e leggero, compatto, solo con un cambio, lo spazzolino, il sapone, un paio di ciabatte ed una borraccia per bere. Un esempio di essenzialità.

Ci salutiamo quando inizia una leggera salita augurandogli “Buen Camino”.

La campagna si apre davanti a noi, gli odori putrefatti della periferia sembrano pian piano svanire. Un’altra coppia, “Gli Artisti”, incrocia il nostro cammino. Due giovani ragazzi dalla provincia di Milano, simpatici, particolari, leggermente eccentrici. Lei con i capelli tinti di bianco, lui con una riccia chioma a forma di fungo, stanno avanzando a fatica nella loro prima giornata in queste terre. Ci raccontano come sono arrivati ieri sera a Burgos quando i posti nell’ostello erano già terminati. Come hanno dovuto alloggiare in un albergue appena fuori città che poi li ha riportati, in auto, allo stesso punto dove li aveva prelevati la sera prima.

Parlare con loro è piacevole e in poco tempo raggiungiamo Rabé de las Calzadas dove ci separiamo, loro si vogliono fermare a vedere una mostra di arte contemporanea..sono proprio degli artisti.

Ci accampiamo per qualche istante nei pressi della fontana del paese. Riempiamo l’acqua, beviamo, bagnamo la testa ripetutamente. Il sole è alto nel cielo ed il calore sta salendo anche oggi con la stessa intensità dei giorni precedenti.

Burgos - Hornillos del Camino - Hemita de Nuestra Señora del MonasterioCompriamo un panino con tortilla al bar lì vicino e così chiediamo informazioni sui punti d’acqua lungo il percorso. «Si, c’è la fonte d’acqua più buona di tutta la zona proprio a metà del tragitto per Hornillos del Camino.» ci dice il titolare del bar, «Prendete l’acqua strettamente necessaria fino a lì.». E così, anche se è ancora vivo il ricordo di ieri, ci tranquillizziamo. Abbiamo l’acqua e, anche se il sole è caldo, c’è una zona in cui è possibile sostare. Possiamo partire.

La strada segue in mezzo alle costruzioni delle varie aziende agricole che gestiscono gli sconfinati campi della zona, ma in poco tempo tutto questo si dirada, lasciando spazio alla terra brulla, bruciata dal sole. Al nostro fianco le spighe hanno appena emesso il loro ultimo gemito di vita e si sono seccate per dare all’uomo la possibilità di raccoglierle e nutrirsi. I campi di girasole sono ancora verde intenso con il giallo dei petali ordinati che spiccano attorno al grande bocciolo. L’acqua qui è solamente un miraggio.

E’ un percorso pianeggiante, lungo, diritto. La strada bianca a sassolini è pervasa di chicchi di grano disperso dai carri che li stavano trasportando nei granai. Ovunque paglia che, morbidamente, è accasciata a terra e sembra attendere solamente che qualcuno ci si stenda sopra. Un albero spunta nel bel mezzo del campo, solo, isolato, è come un faro che segnala la presenza di acqua in un mare di aridità. Questo è l’inizio del deserto, questi sono i primi passi nelle Mesetas spagnole.

Verrebbe voglia di fermarsi qui per la notte, in mezzo a queste distese sconfinate, in mezzo a questo nulla che però è vita, che però è accogliente, che dona, a chi ne ha il coraggio, un letto di stelle.

Una freccia indica una stradina verso destra, la fonte tanto attesa è giunta. Sotto l’ombra di quest’oasi in riva al fiume molti pellegrini stanno trovando refrigerio, c’è chi pranza, chi dorme, a chi piace portare peso inutile e sta aprendo così un vasetto di vetro pieno di verdi piselli.

«E la fontana?!?», ci chiediamo assetati. «No trabaja!» ci rispondono. Voltandoci la vediamo con l’ultima goccia a penzoloni nella curvatura del rubinetto. Proviamo ad agitare la maniglia della pompa ma nulla. La fontana è secca.

Mangiamo il panino, delle mandorle, centellinando le riserve liquide rimanenti. Siamo a metà percorso ed il sole non ha intenzione di darci tregua.

Proseguiamo prima che la temperatura raggiunga livelli insopportabili. Poche cose abbiamo capito in questi primi giorni ma una sicuramente si è impressa in noi. Dopo mezzogiorno, e fino al tramonto, la temperatura in questi luoghi non fa altro che salire.

Oh no, un altro bisogno impellente. La Ale si rifugia sotto l’ombra minuta di un cespuglio con l’accordo che se vuole può proseguire, lascio cadere a terra lo zaino e salgo per una piccola stradina di servizio che finisce in un campo appena mietuto.

Forse l’acqua, forse la disidratazione di ieri sommata a quella di oggi, forse la mia fretta di giungere alla meta. Sicuramente il mio intestino mi sta comunicando qualcosa con queste improvvise e brusche contrazioni.

Burgos - Hornillos del Camino - Piramidi di pietreRiprendo la strada, il sudore scende ai lati della testa, i capelli sono caldi, quasi infuocati, la pelle brucia, l’acqua è sempre meno. Ma il paesaggio è incantato, magico, uscito da un sogno. Uno sprazzo di pietre bianche sono accatastate a fianco della strada principale. Sembrano essere ammucchiate casualmente, gettate lì come fossero lacrime cadute dal cielo in tempi remoti. Alcune di esse vengono impilate dai pellegrini a formare delle piccole piramidi. Uno sopra l’altro i sassi mantengono vive le preghiere ed i desideri di chi li ha ordinatamente riposti. Ed anche io affido a quel momento i miei pensieri e le mie preghiere, le mie speranze e le mie difficoltà.

Eccola lì la Ale in lontananza. Sta ondeggiando nella brezza leggera con la bandana che, tenuta tra le due mani, le funge come vela e le ombreggia la testa. E’ come una danza la sua, al ritmo del vento si muove, inconsciamente, facendosi cullare. Si volta e mi vede, la raggiungo e ci stringiamo in un dolce abbraccio, felici di essere nuovamente uniti.

Diamo fondo alle riserve di acqua. Quanto manca alla meta? Ancora molto.

Il giallo, il verde, il bianco, le conchiglie che, in pilastri di pietra, segnano il cammino, tutto questo ci circonda. In lontananza non si scorge altro, nè una fonte nè un paese dove bere.

Tutto ad un tratto la strada curva e scende. Eravamo su un altopiano senza nemmeno saperlo. In fondo alla discesa appare come per magia Hornillos del Camino.

Un piccolo chiosco all’ingresso, un bar e un paio di albergue. Ritroviamo “Barcelona”, il ragazzo di stamattina, che è in dubbio se proseguire o meno. Nel mentre il mio intestino è tornato a muoversi, una nuova urgenza.

Entriamo nell’albergue municipal a chiedere informazioni, e, soprattutto, ad usufruire del bagno. Hanno ancora posti liberi, possiamo aspettare un momento, bere e poi decidere cosa fare. Io proseguirei, ho ancora la smania del cammino dentro di me, ma la Ale è stanchissima e decidiamo, assieme a “Barcelona”, che per oggi è sufficiente.

Prendiamo posto nel letto, una signora sta russando felicemente a fianco del nostro letto. Ci aspetta un lungo pomeriggio di riposo.

Hornillos del Camino da l’idea di un villaggio messicano immerso nel deserto. Piccolo e minuto, le case di pietra colorate di bianco, pulito e ben custodito. Una perla di semplicità immersa nelle chiare distese della spagna del nord.

Il pomeriggio passa tranquillo tra doccia, sonno, un po’ di shiatsu fatto su una panchina all’ombra del porticato della chiesa e qualche esercizio di stretching dei meridiani.

Sistemato il corpo mi ritiro a cercare un po’ di riposo anche per lo spirito che è completamente in subbuglio.

Quanto mi dispiace essermi fermato, quanto mi dispiace non aver potuto proseguire. Perchè c’è questa fretta dentro al mio cuore? Perchè mi pongo sempre degli obiettivi giornalieri da raggiungere? Perchè tutte le mie aspettative vengono puntualmente distrutte? Queste le domande che affollano la mente. Avevamo appreso una cosa lo scorso anno, vivere il cammino senza aspettative, cogliendo di giorno in giorno ciò che incrociava la nostra strada. Cosa è cambiato da allora? Come mai, pur essendone cosciente, c’è questo moto interiore che non mi da pace, che non riesco a controllare?

Uscendo dalla chiesa ecco un invito inaspettato. “Barcelona” ci chiede se vogliamo unirci alla cena che stanno organizzando assieme ad altri pellegrini. Accettiamo volentieri e veniamo accolti senza che ci facciano contribuire in nessun modo alla preparazione.

Nella sala comune facciamo la conoscenza di molti volti nuovi. Tra tutti due ragazze italiane appartenenti ad una fraternità chiamata “Sentinelle del mattino di Pasqua” ed una coppia di spagnoli sulla quarantina molto simpatici.

Le “Sentinelle del mattino”, promotrici di questa serata di condivisione, ci raccontano di come, con la loro fraternità, stiano facendo l’esperienza di gestione in un albergue a 3 giorni di cammino da dove ci troviamo. Staranno lì un mese e si sono prese qualche giorno per percorrere queste strade. Una di loro ha già percorso il Camino in passato, l’altra è alla prima esperienza. Ma perchè sono qui? Vogliono essere testimoni dell’Amore di Dio, verso tutti, giovani e meno. E quale luogo migliore se non questo? Quale luogo migliore se non il cammino di Santiago, percorso ogni anno da migliaia di persone? «Non vogliamo stare chiuse in una stanza ad aspettare», ci dicono, «preferiamo uscire ed andare lì dove la nostra testimonianza può dare frutto.».

Sono solari, piacevoli, con una sicurezza di fondo che non le fa vacillare. Amano la vita e gioiscono nel poter condividere quello che hanno con gli altri.

Il sole sta scendendo lentamente, una brezza fresca invade l’atmosfera. Usciamo all’aperto assieme alle ragazze e a “Barcelona”, continuando a chiacchierare in un misto tra italiano e spagnolo. Condividiamo storie di vita, le nostre vite, le loro vite, il perchè hanno deciso di intraprendere questa scelta e dedicarsi alla fraternità. Tutto l’Amore di Dio che cercano di trasmettere con tanta forza si vede nei loro volti, nel modo in cui raccontano quello che fanno, nelle loro risate, nei loro gesti. Parliamo delle esperienze nel Camino, di ciò che abbiamo già percorso e di quello che ci attende nei prossimi giorni.

«Il cammino di Santiago è un cammino interiore», inizia a spiegare una delle ragazze. «Ogni tappa, ogni luogo, ha un suo significato. Rappresenta metaforicamente una parte della vita di Gesù sulla terra e simboleggia un percorso che ogni uomo può percorrere. E’ un cammino di redenzione, che ti cambia da dentro. “La cruz de Hierro”, ad esempio, è il luogo della crocifissione, dove possiamo far morire il nostro lato oscuro per poi rinascere a nuova vita. “O’Cebreiro”, infatti, rappresenta a suo modo la resurrezione. Abbiamo così la possibilità di abbandonare i nostri pesi e risplendere di una luce diversa, di una luce nuova, di una luce d’Amore».

E’ giunta l’ora dei saluti, per loro domani sarà l’ultima tappa prima del rientro. Ci diamo appuntamento alle 4:00 di mattina per percorrere il primo tratto assieme, nel buio della notte.

Rimango seduto, solitario, mentre uno ad uno gli altri si avviano verso la camerata. Tutta la giornata, le esperienze vissute, le persone incontrate, tutto ha avuto come filo conduttore un unico insegnamento: “Lasciar andare”. Lasciar andare tutto quello che era presente nel mio intestino. Lasciare andare i pensieri ed i pesi inutili, vivere a mani aperte accogliendo quello che la vita offre con tanta abbondanza, donando con gioia senza pretendere nulla in cambio, senza preoccuparsi di quello che accadrà. Perchè la strada della felicità sembra essere già stata tracciata. E’ lì, silenziosa, e non è una tangenziale a tre corsie, ma un piccolo, semplice, dolce sentiero di collina. Che sia forse la risposta alle mie domande? Che sia forse per questo che sto facendo così tanta fatica ad ingranare? Che sia forse il lasciar andare il modo migliore per affrontare questo cammino? Che sia questa la lezione da imparare oggi?

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